Nella misura in cui accettiamo il dato fornito da antropologi e teologi che la festività del
Natale abbia origine nella tradizione celtica legata al culto del Sole ( e d’altra parte è evidente che la
sacralità nel Cristianesimo è decisamente focalizzata sul tema della Resurrezione), potremo comprendere qualcosa in
più sul significato che può rivestire per l’uomo da un punto di vista non esclusivamente religioso. Nel calendario
solare, il 25 dicembre, nell’emisfero settentrionale, corrisponde al periodo dell’anno ove le condizioni ambientali
(luce, temperatura, precipitazioni) sono più dure per l’uomo. Non dimentichiamoci che la tradizione ha origine in un
periodo in cui non esisteva l’illuminazione, il riscaldamento, l’agricoltura di serra, ecc. Essendo in tale periodo
estremamente rarefatta la presenza di selvaggina e degli altri prodotti spontanei della natura, ed essendo le
esplorazioni per terra e per mare impedite dal ghiaccio e dalla neve, ne consegue che, praticamente, ogni attività
produttiva era impraticabile. Quindi, quale momento migliore per dedicarsi alla celebrazione del sacro? Va
inoltre considerato il fatto che, nel momento dell’anno in cui la natura diveniva più ostile ed aggressiva, l’uomo
probabilmente sentiva aumentata la sua necessità di ritrovarsi solidale con il suo genere di appartenenza, così
diverso da quello degli animali selvatici che potevano convivere con le difficoltà ambientali con maggiore facilità
in quanto naturalmente forniti di un adattamento fisiologico migliore di quello umano. Che in circostanze di
difficoltà ambientale scatti nell’uomo un meccanismo di solidarietà intraspecifica, è un dato constatabile
empiricamente nell’analisi di taluni comportamenti che gli etologi definiscono mobbing, la reazione collettiva
di aggressività verso i predatori riscontrabile analogicamente negli Anatidi, nei Corvidi e nella maggior parte dei
Primati. Potremmo quindi, ipoteticamente, pensare che siccome nell’uomo le differenziazioni cognitive appaiono
nettamente più sviluppate che nelle altre specie, a causa della complessità del pensiero e del linguaggio, potrebbe
apparire incoerente, ai partecipanti di un’aggregazione contro un pericolo non imminente, o comunque basato su
fattori emotivi non riconducibili a fattori empirici, lo stabilirsi di un’alleanza che potrebbe annullare le
differenze di identità dei partecipanti. Pertanto il ricorso alla superstizione, al rito, alla spiritualità, potrebbe
assumere la funzione di cemento psicologico, di una costruzione traballante in quanto manca di fondamenta
basate su dati empirici o per così dire, oggettivi ossia chiaramente e direttamente osservabili e riconoscibili come
comuni . (Su tale argomento vedi anche Bateson, Laing,
Maturana, Von
Glasersfeld ) Possiamo quindi fornire un’ipotetico schema che illustra il meccanismo di genesi
della ritualità sacrale:
| DIFFICOLTA'
AMBIENTALI |
OO |
POSSIBILITA' DI
NON PRODURRE |
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RESTARE UNITI PER
ESSERE RASSICURATI |
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CRISI DI
IDENTITA' |
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NON RICONOSCIBILITA'
DEI BISOGNI |
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NASCITA DEL RITUALE |
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Ciò che sosteniamo è quindi fondamentalmente basato su quattro asserzioni:
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L’uomo ha bisogno di ribadire la sua differenza dal resto del
vivente
-
Per farlo ha bisogno di ritrovarsi fisicamente o psicologicamente
unito ai suoi simili
-
Le differenze fra individui creano crisi di identità quando la
necessità di essere uniti non è "obiettiva"
-
Il rituale crea una identità superordinata comune definita nel
tempo e nello spazio
Per quanto riguarda il punto 4 può essere utile rammentare il detto "Natale con i tuoi e
Pasqua con chi vuoi", laddove si sottolinea il carattere temporale del legame rituale. Paradossalmente, al giorno
d’oggi, quando le difficoltà ambientali sono annullate, così come la necessità di attuare rituali per sentirsi in
comunicazione con gli altri, la celebrazione stessa diviene in molti casi motivo di allarme, proprio perchè impone
determinati obblighi sociali la cui obiettività non è percepita con chiarezza (esiste una fobia diffusa delle
ricorrenze che si manifesta in occasioni disparate, il Natale , il Capodanno, il Carnevale).
L’aspetto, diciamo così, divertente del paradosso è proprio che, per sfuggire alla tensione
sociale, molti tendono ad omologarsi al rito per nascondere una loro presunta diversità che li farebbe sentire isolati
dal resto dei propri consimili e quindi esposti a emozioni negative. E’ sorprendente quante persone non credenti
vivano tale condizione e vadano in Chiesa solo in occasione del Natale, mentre il Cristiano praticante è quello che
ritualizza e drammatizza meno la circostanza. Non a caso una delle categorie sociali che sembra soffrire di più
durante la festività, è quella degli extracomunitari immigrati, quasi tutti di religione islamica o indù. Proprio
coloro ai quali lo spirito del Natale dovrebbe essere del tutto indifferente, come per noi lo è il Ramadan. La Chiesa
moderna avverte il rischio di atteggiamenti conformisti che tolgono ogni contenuto al rituale e molti preti colgono l’occasione
delle celebrazioni per predicare in tal senso. Forse dovrebbe intensificare di più i propri sforzi. A quando l’abolizione
del colossale abete natalizio sulla piazza del Vaticano?