Fa veramente bene la psicoterapia?

 

di
Enzo Minissi

 
 
 

 

Il paradigma dell’ostilità e le analogie con il pregiudizio

Kelly (1957) descrive l’ostilità (aldilà dei suoi aspetti che vengono subiti dalle persone che la subiscono), come il tentativo di estorsione di una validazione in aree centrali della propria esistenza dove l’individuo ostile non si può permettere di subire invalidazioni senza percepire un grave senso di minaccia alla sua identità.
La psicologia e la psichiatria hanno da lungo tempo considerato le implicazioni dell’ostilità presente negli individui soggetti ad attenzione clinica proponendo diverse soluzioni per il suo trattamento.
Non è ben noto se sia mai stato affrontato con metodologia adeguata, il suo aspetto complementare, ossia la rimozione dell’invalidazione che avviene nel terapista , e, se ciò è avvenuto, dovremmo chiederci perché non ne sia stata data sufficiente pubblicizzazione. Vero che il concetto di controtransfert è stato affrontato sin dagli inizi della psicoanalisi, come è pur vero che la psicoterapia ha previsto la figura del supervisore, che interviene a risolvere i problemi che i terapisti incontrano nella relazione terapeutica., così come i contributi di R.D. Laing e G. Bateson avevano, già alla fine degli anni 60, fatto chiaramente intendere che esisteva un lato oscuro da esaminare con attenzione, un lato che veniva trascurato quando ci si avvicinava alle problematiche del disagio psichico. Sembra però che tutte le riflessioni prodotte non abbiano fatto altro che ampliare il repertorio delle tecniche di intervento, proponendo certamente nuove prospettive, ma, in alcuni casi, irrigidendo ancora di più il sistema interpretativo del terapista in una pericolosa condizione di estraneità/intromissione rispetto al sistema del cliente. La serie infinita di paradossi esistenziali che tale contesto ha creato, forse trova il suo massimo riscontro espressivo nel recente libro di Hillmann e Ventura (1993), che si traduce in una spietata e disperata analisi del fallimento sostanziale delle soluzioni psicoterapeutiche come risposta ai problemi della società attuale.
A questo punto viene da chiedersi se il sistema culturale della psichiatria – psicologia, non sia divenuto il portatore di uno o più pregiudizi di fondo che ne condizionino la possibilità di fornire nuove, positive risposte all’umanità, e se questi pregiudizi, abbiano caratteristiche tali da renderlo non molto dissimile dai processi cognitivi ed emozionali che caratterizzano l’ostilità.

Kenny e Gash (1998) ritengono che : "Nel pregiudizio, perciò, si verifica il caso che parte dell’effetto dell’intenzione di esprimere la propria identità (o, per es., di porsi in relazione con l’ambiente) consista nel denigrare un oggetto o una persona e , grazie a ciò, affermare o rinforzare il proprio sé."

Chiunque abbia avuto a che fare con una persona ostile, sia come oggetto delle sue manifestazioni, sia come suo confidente o terapista, sa benissimo che è proprio nella denigrazione (verbale o fisica) degli altri che egli riesce ad evitare le emozioni penose che accompagnano la percezione della minaccia di perdita della sua identità.

Se poi esaminiamo il pregiudizio, così come si manifesta culturalmente nelle nostre società postindustriali, notiamo che quasi sempre coinvolge aree di opinione che si sono dimostrate inadatte (per diversi fattori) ad essere coinvolte nelle innovazioni arrecate dal progresso scientifico, economico e culturale del nostro secolo. Un esempio di ciò è il fascismo permeato di razzismo che si presenta nei gruppi di giovani emarginati delle periferie urbane, rivolto contro gli immigrati di qualsiasi origine: Slavi, Asiatici, Africani, Maghrebini, ecc.
Il fascismo e il nazismo prima e durante la seconda guerra mondiale erano movimenti ideologici con alcune caratteristiche innovative, che avevano qualche speranza o possibilità di bloccare o ritardare la creazione di un ordinamento sociale moderno e democratico. Erano quindi largamente disponibili ad alleanze con etnie diverse (vedi i rapporti positivi di Hitler e Mussolini con l’Islam e il Giappone) per contrastare gli interessi economici delle democrazie imperialiste occidentali). Ma dopo aver constatato (ma non ‘accettato’) l’inarrestabilità del cammino verso la democrazia, i neofascisti, dopo il 1945 hanno cominciato ad estendere la loro ostilità a tutte le etnie e a tutte le culture diverse da quelle del loro gruppo di appartenenza. Anche la ferocia che ha caratterizzato il tramonto dei gruppi politici ‘estremisti’, dalle BR italiane, all’ETA dopo la defascistizzazione della Spagna, a quello che è successo nel 1998 in Ulster, può essere la prova del fatto che l’ostilità e il pregiudizio politico hanno percorsi analoghi, in cui il fattore scatenante è la percezione di invalidazione dell’identità nei soggetti che la elicitano. Così come succede alla persona ostile: più la sua accettazione sociale si riduce a causa del cattivo rapporto che ha con gli altri, più tende ad attribuire agli altri la condizione del suo malessere e ad aumentare la sua interpretazione aggressiva delle relazioni sociali peggiorando progressivamente la sua situazione.
Gli esempi che ci vengono forniti dalla storia, ci fanno intuire che non basta la semplice invalidazione a produrre l’ostilità, ma che come sostiene Kelly (1957) il fattore determinante ne sia l’investimento considerevole che la persona ostile compie sul proprio sistema di interpretazione; tanto rilevante da fargli ritenere che l’abbandono di una parte del suddetto sistema lo metta in una condizione di esposizione a forze minacciose e sconosciute. C’è qualcosa che porta a ritenere che, sia pur con modalità diverse, nel contesto psicoterapeutico si presenti molto spesso una sequenza analoga: intendo dire che ciò non avviene soltanto (e molto frequentemente) nel cliente, ma, seppure in forme meno evidenti, nel terapeuta, in quanto portatore di paradigmi basati su costruzioni rigide, sui quali, evidentemente, ha investito e investe gran parte della sua identità.

La professione dello psicoterapeuta

Foucault ci fa riflettere sul fatto che nel corso del XVIII e XIX secolo, i lazzaretti, prima destinati ad ospitare lebbrosi e appestati, si siano trasformati in manicomi. Con la rivoluzione industriale, la follia viene considerata sempre più una ‘malattia’ incompatibile con le esigenze della società, e quindi da isolare. In un’ipotesi più umanitaria, si comincia, in tempi più recenti, a cercare di comprenderla e a risolverla, considerandola, però, sempre e soltanto una ‘malattia’ e non qualcosa d’altro. Tralasciamo la discussione se sia più giusto essere uno schizofrenico o una persona ‘ragionevole’, o fino a che punto dobbiamo interpretare, ad esempio, l’ansia come un’emozione da eliminare con qualsiasi mezzo. A chiunque capiti di entrare in contatto con manifestazioni di sofferenza emotiva associate ad incapacità di mantenere congrue relazioni sociali viene in mente di aiutare la persona coinvolta in tale situazione penosa. Viene però il sospetto che chi decida, nel momento critico della scelta della facoltà universitaria, di dedicarsi alla ‘cura’ della ‘sofferenza’ psicologica, abbia già maturato un sistema di interpretazione della diversità psichica piuttosto strutturata e rigida. E questo può essere avvenuto nella sua adolescenza, quando gli strumenti interpretativi sono limitati e tendono, quindi, ad assumere (se vogliamo utilizzare una metafora geometrica) forme piuttosto compatte e limitate nella loro sfaccettatura. D’altra parte il tipo di formazione a cui vanno incontro è in gran parte determinato da insegnanti di una precedente generazione, quella per cui metodi coercitivi, ellettroshock, farmaci, ipnosi, terapie direttive, tecniche comportamentistiche, etc., costituiscono il buon prontuario terapeutico con cui progettare l’intervento sul paziente nell’ottica "più grave il sintomo, più manipolativa la cura". Non voglio, ovviamente, in questa sede soffermarmi sui diffusissimi casi in cui lo psichiatra o psicoterapeuta sono individui che scelgono di condurre una strategia di ostilità coercitiva verso il cliente, sul quale riversano le loro costruzioni personali inerenti la psiche, ben certi di essere protetti da un sistema che li mette al riparo da possibili ritorsioni. Il problema è un altro: come aiutare i terapisti che intendano realmente svolgere un compito etico nel sollevare altri individui dalla sofferenza? Sicuramente il primo passo è quello di far loro comprendere il fatto che esistono due tipi possibili di psicologia, quella manipolativa e quella comprensiva, che agiscono con finalità e risultati profondamente diversi.

"Nella Psicologia della Manipolazione le interazioni si caratterizzano per scambi interpersonali di tipo utilitaristico e pragmatico. La persona manipolativa non si apre ad un processo di influenza reciproca con gli altri con i quali interagisce. Al contrario, si mantiene non coinvolto, emotivamente distante dagli altri e dalle loro esperienze, interessato ad ottenere dagli altri cio` che vuole. Stimola gli altri a produrre cio’ che lui desidera, senza preoccuparsi dello "stato Interiore" di chi gli sta accanto, delle loro preferenze. Nella Psicologia della Comprensione I partecipanti sono invece reciprocamente aperti l’uno all’influenza dell’altro, in un processo di scambio da cui emergono cambiamenti personali e interpersonali." (Kenny e Gardner).

In generale, le malefatte della psicologia clinica vengono soprattutto, (e a ragione) attribuite ai terapisti manipolativi. Sono loro, infatti, che, tanto per fare un esempio, sostengono che:

a) I processi patologici vengono creati da doppi legami, consistenti in asserzioni verbali, in asserzioni non verbali che negano le asserzioni verbali, e dall’ingiunzione successiva a non allontanarsi dalla condizione di penoso dubbio.
b) Sono, nel colloquio iniziale, sinceri con il cliente, prospettando loro tutte le possibilità e le difficoltà del lavoro da svolgere, e che tutto dipende soprattutto da lui/lei e dal suo impegno cosciente a risolvere i suoi problemi.
c) Utilizzano successivamente tecniche che creano volutamente confusione nel cliente, al fine di ridurlo in condizione di accettare nuove visioni.
d) Se nel corso di questa piacevole esperienza il cliente peggiora (magari perché percepisce l’artificiosità e la estraneità sul piano umano del terapista) gli viene fatto capire che sta resistendo e, se soffre troppo, si ricorre all’aiuto degli psicofarmaci.

Con pochissimi clienti lo scherzo funziona, nel senso che, giungono a qualcosa di simile all’illuminazione del discepolo zen che alla fine capisce l’illusorietà del mondo e la necessità di non accettare le relazioni paradossali implicite al mondo della comunicazione verbale. In molti casi c’è un miglioramento temporaneo che poi, per alcuni, si può stabilizzare con la maturità e la vecchiaia, o che per altri si concretizza nel passare il resto della propria vita in psicoterapie. Ma in questo gruppo ci sono anche moltissime ricadute molto gravi, accompagnate dalla sfiducia e dall’irritazione per il fallimento subito, ed è ovvio che costoro non accetteranno più il rischio di una simile delusione. Non sappiamo quale sia, statisticamente, la consistenza di quest’ultimo gruppo: ma ogni terapista sa quanti dei suoi clienti sono spariti dalla sua visuale e, nel momento in cui egli non si preoccupa di controllare il risultato del suo lavoro negli anni (cosa che invece fanno i dentisti con una certa frequenza), rivela abbastanza chiaramente il tentativo di addormentare la sua cattiva coscienza a riguardo. Parecchi terapisti, specialmente all’inizio della loro carriera, di fronte a difficoltà nel ‘raggiungimento degli obiettivi terapeutici’, chiedono aiuto ad un supervisore. In quasi tutti i casi costui è proprio il terapeuta più anziano che ha insegnato loro determinate tecniche e che è certamente concentrato più sul successo della sua scuola che non su quanto stia succedendo al cliente. Il quale ultimo, o otterrà come risultato una ‘più accurata manipolazione’, oppure, verrà scaricato ad un altro terapista, sempre della stessa scuola, che non mancherà di far notare che se il precedente tentativo è andato male, la colpa è sicuramente del cliente.
Un bel casino! Oltretutto il cliente non è il solo a soffrire di questa situazione: moltissimi psicoterapisti hanno vite private disastrose, e/o storie di carriere professionali e accademiche tali da provocare il voltastomaco. I pochi che hanno capito, subiscono con gioia una certa emarginazione dal loro vecchio mondo di appartenenza, ma non sembrano, a tutt’oggi, riuscire a provocare, più di tanto, cambiamenti in un sistema che si sta dimostrando tra i più rigidi. Quello che intendo è che, non essendo mancati enormi contributi teorici (cito Bateson, Kelly, Laing ) ottimi terapisti, ottimi clienti (soprattutto in crescente numero), non è verosimilmente imputabile alle singole componenti del sistema il fallimento attualmente in corso, bensì a caratteristiche del sistema stesso che lo pongono ad interagire in maniera negativa con altri sistemi.

Il sistema psicoterapeutico

Abbiamo accennato (sez.2) alla domanda che si poneva Foucault sulle ragioni che hanno portato alla trasformazione dei lazzaretti per lebbrosi in ospedali psichiatrici. Potremmo dire che il ‘folle’ ha subito nei secoli diversi trattamenti. Considerato presso le popolazioni che vivono in rapporto ecologico con la natura, la manifestazione incarnata della divinità, tollerata come presenza fastidiosa ma divertente nelle società agricole, demonizzata come manifestazione del diabolico nei secoli dell’oscurantismo religioso e via dicendo, con l’era industriale diventa qualcosa da ‘curare’. Una spiegazione economicista potrebbe ricorrere all’argomentazione che la motivazione sia da cercare nel cambiamento dell’importanza che nella cultura industriale viene data alla razionalità e che, quindi, le manifestazioni irrazionali devono essere affrontate come sfida da accettare verso il progresso. Penso che questo possa, in una certa misura valere per quanto concerne l’atteggiamento verso la nevrosi dalla seconda metà del nostro secolo. Ma la psicologia è nata prima. Chi oggi affronta le problematiche psicologiche utilizza le stesse categorie del sistema nato prima che la nevrosi fosse un fatto che valesse la pena di considerare, giacchè non affermo nulla di originale nel far coincidere la sua estensione alla mentalità efficientista e competitiva delle società basate sulla concorrenza dei mercati tipica della seconda metà del 900. Il tentativo di trasformare la psicologia in una scienza a se’, probabilmente ha altre motivazioni.
Per capire ove cercarle, dovremmo rammentarci la storia dei tracciati di Tuzco, in Sudamerica. Come molti sanno, in quell’impervia località furono scoperti giganteschi disegni fatti con pietre, perfettamente invisibili restando a livello del suolo, ma impressionanti se visti dall’alto. Per anni stuoli di archeologi ed etnologi si sono sbizzarriti a cercare la spiegazione del perché, popolazioni che vivevano in condizioni ambientali difficilissime, al limite della sopravvivenza, dovessero sobbarcarsi lo sforzo di smuovere tonnellate di pietra per disegnare qualcosa che non potevano vedere. Qualcuno ha ipotizzato che possedessero qualche tipo di deltaplano o aerostato primitivo per osservarli dall'alto, i soliti allegri spiriti vi hanno visto il segnale inequivocabile del contatto con extraterrestri, ma non c’era mai una spiegazione accettabile per tutti. Sino a che qualcuno ha smesso di concentrarsi sui disegni e ha iniziato ad occuparsi di altre caratteristiche del sistema sociale delle popolazioni autrici dei tracciati. Ed ha scoperto che queste avevano un economia di sostentamento che richiedeva il radunarsi e disperdersi in quel determinato luogo, a seconda delle precipitazioni atmosferiche, estremamente imprevedibili in quella zona. Quando si trovavano assieme, dovevano fare qualcosa, qualcosa che desse loro una temporanea identità di gruppo, e che li impiegasse, in molti, in un compito tutto sommato poco faticoso, date le ridotte dimensioni del pietrame utilizzato per fare i tracciati. Sappiamo che l’identità di gruppo si rafforza con la divisione dei ruoli: c’è chi decide il disegno da fare, chi punisce chi non lavora abbastanza, chi porta l’acqua, ecc. . Il risultato finale non conta: o meglio, è secondario rispetto all’assolvimento della necessità di stare tutti assieme in maniera ‘costruttiva’. Un po’ quello che succede in tutti i giochi : non è il punteggio finale raggiunto che ce li fa apprezzare, bensì il fatto di impegnarsi con certe regole con determinate persone: nessuno si divertirebbe a giocare a pallone se non esistesse una porta, un campo, un arbitro ecc. . Ebbene, cerchiamo di capire cosa stava accadendo nel mondo, soprattutto a Vienna, quando la psicologia moderna comincia a darsi le sue regole del gioco. C’era stata una spaventosa guerra che oltre aver fatto milioni di morti, aveva distrutto quel poco che restava della vecchia Europa, portandosi via tutti i possibili valori di eroismo, cavalleria, rispetto per i civili, spazzati via dall’uso di tecniche di combattimento nuove e nelle quali l’uomo non contava più, se non come carne da cannone. Si andava sempre più verso lo scontro violento tra le nuove ideologie, fascismo e comunismo, con una borghesia incapace di gestire il nuovo sistema sociale che aveva creato. La religiosità era morta sui campi di battaglia : se Dio esisteva veramente, come avrebbe permesso quello che era successo? Inoltre l’industrializzazione cambiava i ritmi e i tempi di vita, le città divenivano anonimi conglomerati con contatti sociali limitati, lasciando l’uomo di fronte alla sua solitudine. I primi grandi psicoanalisti cominciarono a cercare una risposta a tutto questo, ma ben presto si accorsero che il loro compito era enorme e che aveva bisogno di un’organizzazione strutturata in insegnanti, allievi, ricercatori, soggetti di studio…. Già, i soggetti di studio, i pazienti !
La biografia di Freud fa emergere un fatto decisivo: dopo aver percepito tutte le implicazioni di ciò che aveva vissuto nelle sue esperienze di analisi, aveva cominciato ad accorgersi che attribuiva a qualche caso problemi che in realtà appartenevano alla sfera della sua esperienza personale. Questo lo aveva spinto a riflettere sulle difficoltà di una scienza psicoanalitica che non tenesse conto della complessità della relazione terapeutica con il cliente. I suoi successori, per evitare che tali implicazioni ‘ritardassero’ la soluzione dei problemi clinici, decisero di stenderci sopra una cortina fatta di regole, obblighi, autolimitazioni e rituali, che potrebbero sembrare presi a prestito da altri tipi di discipline, organizzazioni, sistemi :

1) La distanza dal paziente, che emula la paura del contagio virale e batterico presente nella medicina e della chirurgia
2) La rigida sequenzialità della metodologia di intervento, caratteristica della fisica pre relativistica .
3) Il ricorso alla rigidità dei ruoli, come nelle gerarchie feudali ed ecclesiastiche.
4) L’importanza ridondante dell’onorario, tipica della cultura capitalistica: al cliente non viene semplicemente detto che è il compenso per un lavoro, ma viene fatto percepire come qualcosa pregna di simbolismo.
5) La disinvoltura etica ed epistemologica, caratteristica delle filosofie di derivazione idealista.

Messa in altri termini, la nuova ‘scienza’, si stava preoccupando più di entrare in concorrenza con la medicina, la filosofia, la religione, la politica etc., invece di tentarne una nuova sintesi che mettesse l’uomo, e non i suoi prodotti socio culturali, al centro del problema.
Se questo poteva essere criticabile 80 anni fa, è certamente esecrabile adesso.

La costruzione centrale della psicoterapia manipolativa

Questo articolo ha, sin qui, esaminato il problema dell’ostilità e del pregiudizio, cercando di mostrare come questi due atteggiamenti siano, in realtà, forme cognitive di resistenza all’accettazione della consapevolezza del fallimento delle proprie aspettative. Ha, quindi, individuato nel sistema psicoterapeutico di orientamento ‘manipolativo’ diffusi atteggiamenti di resistenza all’invalidazione tali da suggerire l’ipotesi che ad esso possa essere adattato lo stesso pattern e gli stessi sistemi di risoluzione che si dimostrano utili nella risoluzione del pregiudizio.
Accettando tale ipotesi, il primo lavoro da fare, è quello di individuare la costruzione che viene protetta nella psicoterapia manipolativa, una costruzione che sia presente a livello centrale in tutte e due le componenti, terapista e cliente, che partecipano al mantenimento dell’invarianza del sistema.
Per giungere a ciò vale la pena di cercare di capire come è che, all'età di 19 anni, venga in mente di proseguire gli studi nell’ambito della sofferenza psichica, quando si sente dire che i problemi che principalmente attanagliano i giovani riguardano la minaccia nucleare, l’inquinamento, la disoccupazione, la solitudine, la rincorsa tecnologica, ecc.
Eppure una parte consistente di giovani intelligenze ha ritenuto e ritiene, di doversi impegnare nel campo della "salute mentale". Indagando su quale sia la ragione per cui essi ritengano il problema "mentale" al centro del loro interesse, si può facilmente arrivare ad una triade di affermazioni così composta:

E’la ‘mente’ dell’uomo che ne determina le azioni
Sono le azioni dell’uomo che determinano l’andamento del mondo
Se la ‘mente’ compie errori, questi si trasmettono alle azioni, e quindi al mondo

Il costrutto centrale che determina le suddette affermazioni è ‘mente’ –‘ non mente’ , laddove ‘non mente’ può essere sostituito con ‘mente che non funziona’. Possiamo quindi sostenere che il futuro psicologo clinico o psichiatra, vede un mondo diviso tra menti che funzionano bene e menti che funzionano male, e individuano il loro compito in quello di far ‘funzionare bene’ tutte le menti che incontrano.
D’altra parte, il cliente della psicoterapia, è una persona che si attribuisce, più o meno consapevolmente, la responsabilità delle difficoltà della fase attuale della propria esistenza. Il fatto di risolvere i suoi problemi chiudendosi dentro una stanza con qualcuno che "lo fa riflettere su se’ stesso", invece di fare un viaggio, cambiare lavoro, trovarsi un nuovo partner etc., è l’indice della presenza, ripeto, più o meno consapevole, di un’altra triade di affermazioni del tipo:

Sono Io che determino le mie azioni
Sono le MIE AZIONI che determinano come gli altri mi accettano-amano
Sono IO che sbaglio e questo determina il fatto che gli altri non mi amano-accettano.

In questa fase il costrutto centrale è ‘IO che funziono’ contrapposto a ‘Io che non funziono’.
Nelle psicoterapie manipolative, il concetto di IO con tutte le sue implicazioni, viene ridotto ad un isola separata dal resto del mondo circostante. Per cui il cliente, nel momento in cui cercherà di classificarla, di dare un nome a questa isola, sceglierà verosimilmente la parte di se’ che è coinvolta maggiormente nella relazione psicoterapeutica. Che, naturalmente è la ‘mente’. Probabilmente se stesse risolvendo i suoi problemi con un maestro di tennis, il contesto gli farebbe credere che è il suo braccio che ‘ha qualcosa che non va’, e nel momento in cui fosse in grado di correggere i suoi errori di dritto e rovescio, sarebbe più soddisfatto di se’ avrebbe gloria e onori, conquisterebbe più partners, ecc. . Ma nello studio della psicoterapia manipolativa, così come sul campo da tennis, il resto del mondo non conta.
Ecco quindi le due componenti principali del sistema perfettamente d’accordo su una costruzione centrale altamente discriminatoria.
Parlo di componenti principali, ma ce ne sono altre, sempre inserite nel sistema che traggono vantaggio dal persistere di questa costruzione. Lasciando da parte il colossale business costruito intorno alla psichiatria (in Italia i tranquillanti sono in testa alla classifica delle vendite dei farmaci), basti pensare a come genitori, coniugi, fidanzati, ecc., si sentano rassicurati nel ritenere che tutto ciò che non va è ‘solo’ la ’mente’ del figlio, marito, fidanzato, e non la relazione che intercorre con loro.
Naturalmente le componenti ‘parassitarie’ del sistema, stanno perfettamente al gioco: per loro la costruzione ‘mente sana’ non è importante, non più di un mal di pancia, e quindi possono continuare a vivere senza sentirsi minacciati nelle loro identità di genitori soffocanti, di mariti disattenti, di fidanzati gelosi, ecc. Possono fermarsi a biasimare le idee e il comportamento del loro figlio, coniuge, fidanzato/a , senza dover preoccuparsi della causa di quanto sta andando storto.
Il sistema fa felici tutti. O meglio, non minaccia nessuno, giacchè non prospetta alcun cambiamento sostanziale nelle costruzioni centrali dei suoi componenti.
C’è infine, quello che va ritenuto l’aspetto più intrigante che garantisce assoluta stabilità al sistema.
Nel momento in cui la costruzione centrale su cui il sistema si basa è che ‘la mente deve essere sana’, è facile che chi lo attacca dall’interno (che sia paziente insoddisfatto o psicoterapista che sviluppi una critica radicale), venga immediatamente relegato nel versante ‘mente che non funziona’.
E c’è da credere, aggiungo ironicamente, che bisogna essere veramente pazzi per andare incontro alle violente reazioni di ostilità di un sistema che si sentirebbe minacciato nella sua identità qualora qualcuno osasse sostenere che la dimensione umana non è riducibile alla costruzione "mente che funziona "- "mente che non funziona".

Cosa c’è che non va allora ? Perché tutti si lamentano?

Kelly sostiene che ‘In realtà chiunque inizia una psicoterapia, o ritiene insostenibile la sua esistenza presente, oppure ha la visione di un tipo di esistenza semplicemente diversa" . E’chiaro che un sistema che non tolleri cambiamenti al livello centrale delle proprie costruzioni, difficilmente potrà produrre qualche modifica sul piano esistenziale. Il cliente comincerà a riflettere sul fatto che sta spendendo tempo e denaro senza risultati e uscirà dal sistema. Probabilmente per ritornarci dopo qualche anno o sostituendolo con altri sistemi analogamente rigidi che utilizzano costrutti simili (ad es. ‘virtù’- ‘peccato’ , ‘inferno’- ‘paradiso’, ‘Ying’ - Yang’, etc.), arricchendo le schiere dei partecipanti alle sette mistico - religiose che infestano le nostre società postindustriali, con corollario di omicidi - suicidi di massa ed altre amenità.
C’è poi il fatto più grave che il sistema psichiatrico - psicoterapeutico, abbia subdolamente e paradossalmente fatto accettare la teoria che tutti abbiamo, in misura minore o maggiore, la ‘mente che non funziona’, proponendo, non solo, interventi terapeutici massificati e totalizzanti a vantaggio del business che gli ruota intorno, ma, soprattutto cercando di spostare l’attenzione generale dai grandi problemi dell’umanità attuale, che vanno affrontati con strumenti ben più complessi del semplice costrutto ‘mente che funziona’- ‘mente che non funziona’.
Propongo un esercizio: provate a giudicare, per un giorno tutte le persone, dal barista che vi serve il cappuccino tiepido anziché bollente, al sindaco della vostra città, al presidente degli Stati Uniti, ecc. usando il costrutto ‘ha la mente che funziona’ - ‘ha la mente che non funziona’ . Vediamo se i risultati vi aiuteranno a bere un cappuccino decente, ad avere meno inquinamento in città, o a capire se, come Italiani, dobbiamo sentirci umiliati nelle nostre virtù o essere onorati ad avere come presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro. E le guerre, le fanno ‘i pazzi’ o i ‘sani’? E la distruzione della foresta amazzonica è forse il risultato della fuga massiccia di pazienti dei manicomi brasiliani ? E può un buco, soprattutto se nell’ozono, essere considerato sano di mente?

Quale soluzione per i problemi dell’uomo ?

Probabilmente il terapista manipolativo che è riuscito a frenare la sua ansia e proseguire nella lettura di queste righe, leggendo il titolo di questa sezione ha tirato un respiro di sollievo: ecco, avrà detto dentro di sé :"Un pazzo che pensa di saper risolvere i problemi del mondo". Purtroppo non è così, perché chi scrive ha la malinconica consapevolezza che il mondo non è uno solo, non è una realtà immutabile, e non c’è solo l’uomo ad interpretarlo. Per cui i mali di un sistema che deve soddisfare molteplici interpretazioni differenti, che fornisce energie per organismi così diversi tra loro, e dentro al quale viviamo solo per il breve arco delle nostra esistenza, non sono risolvibili. Anche perché non sono ‘mali’. Non esiste il male e il bene, e di conseguenza nulla può funzionare secondo il parametro bene – male. Da bagnanti siamo disgustati degli scarichi a mare di acque fognarie, ma da pescatori sappiamo (anche se facciamo finta di ignorarlo ) che le foci dei fiumi sono pescose proprio perché le deiezioni fecali sono gradite agli organismi marini di cui i pesci si nutrono. Tutti detestiamo il traffico, ma tutti usiamo l’autovettura perché odiamo di più la lentezza dei trasporti pubblici sui quali, però, volentieri vorremmo vedere gli altri nostri concittadini. Quanti esempi sull’argomento.
Non siamo in grado di trovare una soluzione per la felicità umana, anche perché non esiste una felicità umana. Dopo ogni evento, il più irrilevante che sia , ognuna delle persone che vi assiste ne dà un’interpretazione diversa e sulla base di quella interpretazione costruisce un’anticipazione che gli servirà a cercare l’illusione di essere adatto ad affrontare gli imprevedibili eventi futuri. E’ sul meccanismo di interpretazione degli eventi e su come tale meccanismo influenza le anticipazioni, che si devono confrontare il terapista e il cliente. E’ su come questa sua maniera di interpretare – anticipare sia accettato o negato dalle persone , al di fuori dello studio di psicoterapia, che il cliente deve dare un giudizio. Le costruzioni personali del cliente le sue scelte tra ciò che è bene o male, il fatto che sia pazzo, stupido, superficiale o disincantato, sono argomenti che il terapista non può risolvere, giacchè anche lui, ha gli stessi identici problemi di convivenza con altri esseri umani che lo giudicano e si sentono giudicati in relazione alla maniera con cui egli interpreta gli eventi e li utilizza per le nuove anticipazioni. Nel momento in cui il terapista si pone in termini manipolativi nei confronti del cliente, spingendolo a fare quello che egli presume sia bene per lui, non fa altro che mettere in atto un pregiudizio, il più grave pregiudizio che un essere umano possa avere: quello di pensare di saperne di più del suo prossimo.
Molte persone sono al lavoro per costruire nuovi strumenti che sostituiscano, sostengano o rein staurino, la solidarietà , il dialogo, lo scambio di esperienza, l’accettazione e la tolleranza che hanno permesso alla specie umana di andare avanti sino adesso. La psicologia, al pari di tante altre cose, può aiutare a disintossicare il mondo da pregiudizi, ostilità, prevaricazioni. Ma deve fare molta attenzione a non diventare l’ennesimo tra i fattori inquinanti che, progressivamente Stanno togliendo all’umanità il piacere e la possibilità di respirare.

Concluderò con una citazione di George Kelly il quale, senza aver mai avuto l’intenzione di essere uno psicologo clinico, ha fornito un enorme contributo per quella psicologia della comprensione che ha aperto uno spiraglio verso la soluzione dei problemi del sistema psicoterapeutico.

"Nella mia esperienza clinica, mi sono trovato presto a ripetere in continuazione ai miei studenti "Se non capite che cosa sta facendo soffrire un bambino, chiedeteglielo, può essere che ve lo dica" . E spesso il bambino lo fa. Sebbene mai risulti facile ad un clinico mettersi quieto e ascoltare quello che sta dicendo un bambino. Per far ciò deve spazzare via i suoi pregiudizi linguistici su cosa le parole vogliano veramente dire e fare attenzione a cosa vuole dire il bambino. Deve pure mettere da parte le intuizioni diagnostiche su quale genere di materiale da imballaggio abbia impacchettato il bambino. E lo stesso vale nell’ ascoltare gli adulti, che è anche più difficile. Spesso l’adulto stesso ha perso da molto tempo la traccia di quello che aveva cominciato a dire tanti anni addietro. Quando incontra il clinico, può solo ripetere parole e parole, emettendo suoni che echeggiano in maniera monotona nel vuoto lessicale.
Se oggi sviluppiamo una psicologia dell’uomo dal suo specifico punto di vista, una psicologia dell’uomo in sé, dovrà essere né un tipo di psicologia basata sul pregiudizio, né una basata sull’oggettività. Ripeto: né pregiudiziale né oggettiva! In nessun caso può essere il tipo di psicologia che, con la presunzione di essere oggettiva punta ad un uomo e dice: "Quella cosa lì fuori la voglio pungolare. Voglio vedere come salta in aria". Piuttosto dovrà essere un tipo di psicologia sperimentale che ci renda in grado di guardare verso una persona e dire: "Ecco come è fatto un uomo. Ecco come il mondo appare attraverso i suoi occhi. Ecco il significato del suo comportamento. Ecco il suo schema di interpretazione del rapporto causa – effetto. Ecco, infine, la mente dell’uomo".

 

 

 

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