UN'ANALISI DELLE PROBLEMATICHE COMUNICATIVE TRA LE GENERAZIONI NELLA SOCIETA’ ITALIANA DEGLI ANNI 90

 di Vincenzo Minissi

 1- Caratteristiche generali della comunicazione

 1.1 Comunicazione ed evoluzione

Sebbene i modelli di comunicazione adottati dall’Uomo siano apparentemente quanto di più evoluto sia dato, superficialmente, a vedere, le scoperte scientifiche e, soprattutto, le teorie evoluzioniste e strutturaliste che si sono andate sempre più affermando nell’ultimo secolo ci forniscono un quadro tale da richiedere una generale rilettura del problema . Questo ci fa entrare in un mondo decisamente complesso ma che, allorquando si sia entrati in possesso di determinati strumenti e modelli, appare più indagabile e in grado di fornire soluzioni ai problemi che l’Uomo della società postindustriale deve affrontare quotidianamente e strategicamente. Non dovrà apparire strano se, in questa sede, ci troviamo ad esaminare il primo, essenziale, sistema di comunicazione esistente da quando ha avuto origine la vita biologica e cioè quello utilizzato per consentire l'evoluzione delle specie viventi. Prima di Darwin il problema della diversità degli organismi viventi era stato spiegato con le teorie creazioniste che attribuivano l’ordine e il disordine del Creato alla volontà di un’entità metafisica. Lamarck, per primo notò che le differenze nell’anatomia servivano ad interagire meglio con l’ambiente, incappando però nel noto errore di attribuire trasmissibilità ereditaria ai caratteri acquisiti. Darwin si accorse invece che esisteva una continuità nella differenziazione anatomica scoprendo che gli organismi cambiavano a seguito di mutazioni interne e che tali mutazioni risultavano ereditabili dalla prole degli stessi organismi. Qualora la mutazione fosse risultata vantaggiosa la prole erede avrebbe avuto più facilità nel procurarsi le risorse per vivere e riprodursi, sostituendosi progressivamente agli individui esistiti precedentemente superati nella competizione. Oggi sappiamo che le cose sono un po' più complicate, comunque l’intuizione c’era stata e la sua portata innovativa ha stabilito effetti allora inimmaginabili sulla comprensione e soluzione dei problemi della specie umana: per la prima volta si è avuta la prova scientifica della possibilità di un cambiamento strutturale degli organismi viventi a seguito di un evento non riconducibile ad ipotesi metafisiche. Ci volle ancora qualche decennio per capire come avveniva questo cambiamento, esattamente sino alla scoperta dovuta a Watson e a Crick, del DNA e dei suoi meccanismi di trasmissione ereditaria . Ed è qui che affrontiamo un elemento in piena sintonia con gli argomenti trattati in questa sede: la mutazione di un organismo che ne consente l’adattabilità alle situazioni ambientali avviene quando nella trasmissione delle informazioni necessarie a costruire l’organismo erede, si verifica un cambiamento nella disposizione della sequenza degli elementi, dando vita ad un nuovo essere che, se le circostanze glielo consentono, riesce a vivere meglio dei suoi genitori. Molti umoristi si sono sbizzarriti a scherzare sulla disperazione dei genitori di quel giraffino dal collo lunghissimo nato milioni di anni fa nella savana africana: essi non potevano pensare che le circostanze climatiche e l’entrata in scena di altri erbivori avrebbero favorito chi riusciva a procacciarsi la cellulosa ad un’altezza irraggiungibile ad altri. L’accostamento metaforico al cosiddetto Gap generazionale non dovrebbe essere troppo azzardato, ma, senza anticipare alcuna teoria, appare evidente un dato: l’evoluzione è resa possibile dall’informazione, ovvero dalla possibilità di un sistema di trasmettere all’altro elementi adatti a costruire qualcosa, ma con la possibilità che l’informazione sia soggetta a variabilità. Oggi conosciamo molti dei meccanismi che provocano mutazioni genetiche, la maggior parte delle quali indesidarabili e inadattative, per cui ci siamo chiesti quale vantaggi potesse aver avuto la Natura a scegliere la strada dell’instabilità genetica anzichè quella della stabilità. La spiegazione appare piuttosto evidente: esistono forme viventi molto stabili geneticamente che non subiscono mutazioni nel corso di centinaia di milioni di anni. Ma nella maggior pare dei casi vivono in ecosistemi stabili ed estremi, tali da non far temere subitanei cambiamenti che possano portare la specie all’estinzione. Con la conquista degli spazi terrestri, esposti agli agenti geofisici ed atmosferici, l’instabilità genetica delle specie pioniere è stata la caratteristica che ha consentito la sopravvivenza della maggior parte del loro pool genico, ossia della loro identità sostanziale. In pratica potevano scegliere tra un’informazione inflessibile e ripetitiva che ne preservava tutti i caratteri, ovvero tra una più aperta e flessibile che portava a cambiamenti di identità salvandone però buona parte. Probabilmente l’estinzione dei Dinosauri si verificò proprio per eccessiva incapacità a rinunciare alla stabilità in un pianeta nuovo in cui gli eventi geofisici ed atmosferici erano in costante cambiamento.

 

1.2 -La comunicazione nel mondo animale

 

Una volta acquisite le caratteristiche anatomiche necessarie ad affrontare gli eventi geofisici ed atmosferici ( che di qui innanzi chiameremo fattori ambientali), responsabili oltrechè del caldo, del freddo e degli eventi sismici, che potevano creare allagamenti ed ostruzioni, una serie di nuovi problemi si poneva agli esseri viventi. Sostanzialmente, si possono riassumere nei seguenti:

1- Qual è la migliore strategia per mangiare e non essere mangiato da altri ?

2- Qual è la migliore strategia per avere un territorio ove posso mangiare?

3- Qual è la migliore strategia per accoppiarmi e difendere la mia prole?

Ed ecco le soluzioni trovate, che possono apparire contorte e differenziate ma che, sostanzialmente aderiscono al principio vigente in natura della massima economicità delle risorse da impiegare.

 

1- Dato che non era possibile costantemente fuggire ed inseguirsi, per la rilevanza del dispendio calorico conseguente, bisognava elaborare per via genetica dei modelli che scoraggiassero inutili competizioni. Pertanto si svilupparono varie forme di mimetismo, finalizzate all’invio di messaggi all’avversario. Il mimetismo criptico consiste nell’occultare la propria posizione confondendosi con l’ambiente circostante o, come nell’esempio fornito dai pesci con occhi disegnati sulla coda, sviare la mira del possibile predatore . Gli stessi predatori, poi, si sono trovati ad utilizzare strategie di occultamento, ad esempio attraverso l'adozione di colorazioni a linee e macchie che impediscono la percezione visiva dei profili corporei.

Il mimetismo batesiano invece si basa sull’imitazione di altre specie conosciute come pericolose: tale imitazione può essere eseguita sia attraverso l’assunzione stabile di caratteri morfologici (come nel caso dei numerosi imitatori innocui del serpente corallo del Sudamerica) sia nell’assunzione di determinati caratteri comportamentali in situazioni di pericolo (come nel caso della inerme Biscia d’acqua europea che dispone le mascelle in modo di dare alla propria testa la forma di quella della Vipera).. Il Cobra che allarga il collo, il gattino che arruffa il pelo, il Rospo che si gonfia, sono tutti esempi per scoraggiare il predatore con l’esagerare le proprie dimensioni. Vi è poi la scelta raffinata di assumere colori sgargianti, tali da essere facilmente memorizzabili, associati alla tossicità dell'organismo che li esibisce. In tale strategia il vantaggio per la specie deriva dal fatto che un predatore che abbia ingerito un rospo giallo e rosso e dopo ciò sia stato colpito da violente coliche, eviterà, per tutta la sua esistenza di ripetere tale esperienza. Il rospo esibizionista si sacrifica come individuo ma salva un numero elevato di conspecifici. In tal modo la sopravvivenza del pool genico della specie, ossia la sua presenza nelle dinamiche evolutive, è garantita a scapito dell'individuo che del pool genico è portatore.

Aldilà delle implicazioni teoriche e filosofiche evocate dagli esempi riportati tutto ciò dimostra quanta importanza abbia la comunicazione anche ai livelli più bassi della scala evolutiva e come già a tali livelli assuma le forme (a noi rese usuali dalla pubblicità ) dell’occultamento, della confusione, e dell’esagerazione( forse la colorazione ammonitrice potrebbe rammentarci le campagne di pubblicità progresso).

2) In questo caso si tratta di trasmettere dati reali, poichè nella maggioranza dei casi la comunicazione è tra individui della stessa specie che devono evitare di veder ridotta la possibilità statistica di trasmettere i propri geni attraverso conflitti che possano risultare letali. Pertanto i dati devono essere attendibili ed essere basati su caratteri immediatamente identificabili come i palchi delle corna dei Cervidi, le secrezioni odorose di molte specie di Mammiferi, la criniera dei Leoni e così via. Messaggi che dicono chiaramente: ‘Qui c’è un individuo di determinate dimensioni ed energie che vuole vivere in pace. Puoi decidere di andartene altrove oppure sfidarmi al rischio di farci male tutti e due’ . Proprio perchè il messaggio è rivolto a conspecifici, deve essere il più chiaro possibile al fine di evitare danni e perdite alla specie di appartenenza, superordinata rispetto alle esigenze dei singoli individui. Potremmo paragonare questa classe di messaggi ai dispiegamenti di truppe in occasione di crisi tra Stati: il potenziale invasore sappia che può lasciare molti morti sul campo.

 

3- Bisognerebbe entrare nel merito della complessità delle relazioni sessuali per affrontare tutte le implicazioni di questo problema. Ce ne guarderemo bene limitandoci ad esaminare un punto non trattato in precedenza : per l’attuazione ottimale della variabilità è vantaggioso l’incontro con individui della stessa specie ma con caratteristiche genetiche leggermente diverse. In questa maniera il rimescolamento genetico è più frequente ed è più facile che si combinino fattori positivi. Senza soffermarci sulle complesse spiegazioni del fenomeno e sulle diverse strategie che gli organismi viventi hanno adottato, l’osservazione empirica ha mostrato che sia nel Regno vegetale che in quello animale la riduzione nella frequenza degli scambi genici delle popolazioni è direttamente proporzionale al peggioramento dei caratteri generali degli individui appartenenti. Esempi tipici sono le patologie croniche delle popolazioni isolate geograficamente, la debolezza alle malattie degli animali di razza derivati da accoppiamenti tra consaguinei, la scarsa resistenza delle piante nate da talea rispetto a quelle nate da seme (perciò la pratica di creare varietà fruttifere innestando talee su portainnesti nate da seme). Perciò la necessità di incontrarsi tra individui di sesso opposto per accoppiarsi e trasmettere una prole che raddoppia le possibilità di variazione e che risulta più resistente. Ma per far ciò bisogna : 1) Riconoscere il proprio conspecifico come appartenente al sesso opposto al proprio, per evitare, ad esempio di essere aggredito al momento dell’approccio, da un membro del proprio sesso che sta difendendo il suo territorio.2) Farsi accettare come partner favorito in competizione con gli altri conspecifici.

Nel primo caso la natura adotta il cosiddetto dimorfismo, ossia la differenziazione dei caratteri tra i due sessi. Colorazioni, dimensioni, attributi, forme e secrezioni rappresentano gli aspetti percettivi più diretti. Nelle specie dove le differenze fisiologiche appaiono più sfumate si sviluppano comportamenti differenziati fra i due sessi, tali da lasciare spazio a pochi dubbi. Per la seconda esigenza si utilizzano quasi sempre gli stessi elementi della differenziazione, ma, specialmente nelle specie più evolute, in maniera molto flessibile, al punto da indurre a pensare ad inganni deliberati. In realtà gli atteggiamenti comportamentali tipici delle abitudini e dei rituali di corteggiamento sono basati sul tentativo di rassicurare il partner in due direzioni: da una parte quello di essere abbastanza forti da dare vita ad una prole sana, dall’altra quella di non essere aggressivi con il proprio partner e la propria futura prole. In mezzo ci sono una serie di sfumature ad ognuna delle quali corrisponde una sequenza di informazioni estremamente complessa e necessariamente contraddittoria. Chiunque si trova in mezzo ad una situazione di corteggiamento amoroso riesce facilmente a capire ciò che intendiamo. Non è un caso che gran parte della veicolazione dei messaggi pubblicitari tenti disperatamente di evocare la sessualità: il contesto attrae l’attenzione del consumatore in misura infinitamente superiore proprio per la sua ambivalenza e conflittualità.

Le strategie adattative sopraesposte hanno riguardato più o meno tutti i livelli tassonomici delle specie viventi ma si sono rivelate particolarmente adatte a quegli organismi che hanno compiuto la scelta sociale. Il fatto di vivere in gruppi caratterizzati dall’appartenenza alla medesima specie, presenta vantaggi che vanno dalla possibilità di difendersi dai predatori a quella di dividere efficacemente il lavoro e migliorarne le aspettative di successo (come nel caso della caccia di gruppo), alla possibilità di reperire con più facilità un partner. Sia nelle Piante che negli Invertebrati sino ad arrivare alle specie di Mammiferi più evolute, la scelta della socialità contrapposta alla vita solitaria deriva da particolari motivazioni la cui origine va motivata caso per caso. Basti pensare che tra gli stessi Primati superiori specie affini conducono vita sociale difforme. E che, laddove è più sviluppata la socialità, tanto più la necessità di determinare i propri ruoli e i propri spazi diventa determinante per l’efficacia e la tranquillità della convivenza. Il compito di definire i limiti e le aperture nei sistemi complessi è affidato in maniera preponderante alla comunicazione come fattore di stabilità e variabilità, alla stessa stregua di quanto avviene nella trasmissione delle sequenze delle molecole degli amminoacidi dal DNA all’RNA.

 

1.3-La comunicazione nell’Uomo

L’etologia ha da tempo rilevato la stretta somiglianza della comunicazione non verbale dell’Uomo con quella delle specie animali a lui più vicine. Oggi siamo in grado di riconoscere un repertorio mimico e gestuale innato nella specie umana che ricalca i modelli utilizzati da altre specie. Il riso, l’abbraccio consolatorio, l’irrigidimento del tronco, i movimenti delle spalle, sono manifestazioni comportamentali dirette ad avvertire i nostri simili sullo stato d’animo che ci pervade. Ma se nelle altre specie animali un siffatto repertorio viene utilizzato in maniera esclusiva e immodificabile, nell'Uomo possono essere elicitati più o meno consapevolmente ed esaltati o limitati a seconda del contesto emotivo e del carattere, sia personale che culturale degli individui che ne fanno uso. E’noto come la gestualità degli Italiani sia diversa da quella dei Francesi e come gli Inglesi giudichino primitivo o ridondante l’eccessivo ricorso all’esternazione emotiva non verbale. Tuttavia, di fronte a forti emozioni, come ad esempio il risultato deludente di una partita di football, le differenze culturali tendono, come è noto, ad azzerarsi, mostrando chiaramente che le culture che stabiliscono i limiti di esternazione delle manifestazioni emotive, utilizzano soprattutto meccanismi di controllo e pregiudizio a fini di utilità sociale. Sostanzialmente la comunicazione non verbale, proprio per la sua immediatezza ed efficacia, non può essere utilizzata troppo liberamente da società che devono rivestire ruoli di impenetrabile superiorità, mentre un raggruppamento etnico che fondi la sua sopravvivenza sugli scambi paritari o in condizioni di inferiorità rispetto ad altre popolazioni, risolve il problema della diffidenza e della potenziale aggressività dell’interlocutore con segnali più diretti. Possiamo quindi stabilire che la specie umana considera la comunicazione non verbale come una sorgente di segnali controllabili e programmabili, di cui servirsi a piacimento amplificandoli o riducendoli nelle circostanze ritenute più opportune. Ciò è dovuto essenzialmente alla complessità dei rapporti esistenti nella società e alla variabilità dei fattori che portano i suoi membri ad incontrarsi e a mantenere relazioni stabili, ma l'elemento che ha reso possibile il rendere secondaria la comunicazione non verbale è sicuramente rappresentato dall’invenzione del linguaggio. Le teorie evoluzioniste non considerano il linguaggio la scintilla divina che differenzia la specie umana dal resto del mondo animale e gli esperimenti con i Cetacei e gli scimpanzè dimostrano che l’astrazione e la simbolizzazione non sono esclusiva dell’uomo. Tuttavia la complessità del pensiero concettuale e la capacità di modulare suoni particolarmente definiti e articolati hanno costituito l’eccezionale possibilità di poter disporre di meccanismi di comunicazione non esclusivamente controllabili dalla genetica, con la possibilità, attraverso la tradizione orale prima e la scrittura poi, di creare un evoluzione parallela della comunicazione molto più veloce di quella che aveva seguito i tempi dell’evoluzione biologica. Per intendersi: dal graffito alla telematica sono passate poche decine di migliaia di anni mentre la natura, dai primordi ad oggi non ha creato un organismo capace di comunicare a migliaia di chilometri di distanza. Pertanto la comunicazione verbale, proiezione esterna dell’attività cognitiva, ha rivestito e rivestirà un carattere di importanza esclusiva nel cammino dell’Uomo sulla terra.

 

1.4-Patologie della comunicazione

 

Nonostante gli indubbi potenziali vantaggi dell’amplificazione di segnali offerti dall’uso di una comunicazione codificata, esistono rischi effettivi e potenziali di una sua utilizzazione mirata all’opposto degli scopi per i quali essa si è evoluta. E proprio per la capacità di manipolare dati e segnali e riorganizzarli secondo finalità prefissate dall’organismo che emette il messaggio accade sovente che il destinatario venga confuso e disinformato nel momento in cui presta la sua percezione per ottenere chiarezza sugli obiettivi da conseguire. Abbiamo visto nella sez.1.2 che i messaggi tra conspecifici, in natura, possono essere un po’ esagerati ma, sostanzialmente, univoci , ad evitare possibili errori di valutazione del potenziale avversario o partner. Le tecniche di disinformazione vengono, viceversa, utilizzate verso elementi appartenenti a specie diverse dalla propria allo scopo di predare o essere predati. Nella specie umana, le differenze culturali, di gerarchia sociale, psicologiche e religiose, hanno sempre più assunto un valore predominante rispetto a quelle genetiche, praticamente irrilevanti ai fini di una differenziazione biologica. Tutto ciò probabilmente è avvenuto a causa della scomparsa progressiva di veri e propri nemici naturali appartenenti a specie diverse e con la necessità di difendersi sempre più dalla minaccia dei propri conspecifici, e tutto ciò con il progressivo affermarsi di necessità di convivenza sempre più stretta imposta dalla divisione sociale del lavoro conseguente al passaggio dalle società di cacciatori-raccoglitori all’avvento dell’agricoltura cerealicola. Un campo di grano rappresentava un bene preziosissimo in termini di rapporto lavoro/calorie e, pertanto, andava difeso da possibili predazioni da parte di conspecifici. Le guerriglie tra bande di cacciatori raccoglitori per la conquista di nuovi terreni di sussistenza, poteva essere evitata semplicemente spostandosi di qualche chilometro. Ma dopo aver dissodato un campo, averlo diserbato, irrigato e concimato, non era possibile rassegnarsi a perdere il raccolto: ci sarebbe voluto almeno un altro anno per recuperare e nel frattempo si moriva di fame. Per cui si rese necessario destinare sempre più risorse alla difesa dei raccolti impiegando, a tal uopo, la parte della popolazione più adatta, alla professione di soldato. Allo stesso tempo era necessario destinarne una parte allo stoccaggio, alla lavorazione e alla distribuzione del prodotto dando vita ad un’organizzazione sociale articolata ove il lavoro veniva redistribuito su basi meno egualitarie che in un gruppo di cacciatori raccoglitori. Ciò creava delle contraddizioni e delle tensioni, per cui si rese necessario, approfittando della maggior disponibilità di tempo, creare delle descrizioni del mondo che contenessero il disagio generato da una convivenza troppo accentuata. E’altresì naturale che chi avesse avuto la possibilità, per capacità o circostanze, di assumere il ruolo di gestore delle contraddizioni anzichè di essere contadino o soldato (professioni durissime sino a poche decine di anni fa) avrebbe fatto carte false per difendere la propria condizione privilegiata: la manipolazione della comunicazione gli forniva queste carte in un piatto d’argento. E’noto come i sacerdoti dell’antico Egitto, avendo appreso le tecniche di previsione delle eclissi solari terrorizzassero gli altri ceti ammonendoli che se non fossero state compiute determinate scelte avrebbero portato a far oscurare il sole in un determinato giorno. In epoca più recente è stato fatto credere ad un intero popolo che i problemi dell’economia di una nazione dipendevano dalle colpe di un raggruppamento etnico, classificato come razza ebraica, e ciò ha portato a far morire molta più gente, tra perseguitati e persecutori di quanto la peggior crisi economica avesse potuto fare. Ma la tendenza a fornire informazioni sbagliate al fine di ottenere vantaggi o evitare svantaggi, non è esclusiva dei grandi sistemi oppressivi: la bugia pervade tutti i sistemi sociali, dalla coppia, alla famiglia, alla relazione di lavoro.

Accanto alla falsità pura e semplice, altre tecniche vengono utilizzate al fine di mettere i nostri conspecifici in condizioni di soggezione rispetto ai propri interessi individuali o di gruppo.

La minaccia o il bluff, costituiscono il tentativo di ampliare il nostro effettivo potere agli occhi dell’interlocutore. Tutto sommato è la tattica meno pericolosa per l’interlocutore, al giorno d’oggi sempre più addestrato, quantomeno a livello sociale a smascherare talune promesse o esagerazioni. Più insidioso è il cosiddetto cambiamento della punteggiatura nella sequenza di eventi. In tempi recentissimi qualcuno si è lamentato di essere perseguitato dalla Magistratura da quando è entrato in politica. Altri sostengono che sia entrato in politica per evitare di essere perseguito dalle leggi dello Stato. Difficile stabilire chi abbia ragione affidandosi soltanto ai dati forniti dalle due fonti. Una situazione analoga è frequente nelle coppie ove uno dei due membri mostra comportamenti disadattivi ( i più comuni sono il ricorso ad alcool e altre sostanze stupefacenti, l’aggressività e l’infedeltà). Il partner colpevolizzato sostiene di deviare a causa delle critiche o disattenzioni del partner ‘sano’, mentre quest’ultimo spiega la sua rigidità o assenza a causa del comportamento irresponsabile dell’altro. E’evidente che chi si trova ad assistere al conflitto per capirci qualcosa deve spostare il livello di attenzione su qualche altro elemento che non sia la punteggiatura di sequenza degli eventi fornita in maniera così difforme dai due comunicatori. Ma la forma più insidiosa di manipolazione dei nostri simili è quella che utilizza la comunicazione paradossale. ‘Ribellarsi è giusto’ diceva Mao Tse Tung al tempo della Rivoluzione Culturale cinese rivolgendosi alla parte più giovane del Partito Comunista. Ribellarsi, senza limiti ne’ obiettivi all’establishment saldamente radicato del Partito di cui era il Grande Timoniere e assoluto controllore. ‘E’per il loro bene che gli extracomunitari devono tornare a casa loro’ .‘E’proprio perchè ti amo troppo che sono costretto ad interrompere la relazione con te’. E’ovvio che nel primo caso si trattava di controllare un malessere sociale diffuso che vedeva nelle Guardie Rosse i possibili fattori innescanti di un processo che si sarebbe effettivamente verificato con gli eventi di Tien an Men trent’anni dopo. E’ chiaro altresì che chi vuole mandare gli extracomunitari a casa rifiuta una concezione moderna dei confini nazionali e dimentica che la povertà del Terzo Mondo dipende dall’opera costante di predazione dei Paesi ricchi, però teme di apparire razzista ed egoista perchè ‘non fa immagine’. E’altrettanto certo che chi, pur amando decide di separarsi dall’oggetto del suo bene, o è totalmente confuso ( e allora farebbe bene ad ammetterlo accettandone le conseguenze), oppure ama qualcuno o qualcos’altro e non ha il coraggio di dichiararlo perchè ha paura delle altrui reazioni. Ma chi riceve il messaggio paradossale difficilmente se ne accorge in tempo utile a sottrarsene. La struttura del messaggio paradossale è infatti congegnata in maniera tale da non lasciare vie di fuga a chi non sia più che esperto. Si basa infatti su un’asserzione su un determinato livello logico come , ad esempio ‘bisogna ribellarsi all’autorità’ dall’altro viene fornita una comunicazione su un altro livello (l’autorità sono io). La prima asserzione è resa esplicita dalla verbalizzazione, la seconda è dedudicibile ma non è esplicitata, e, pertanto non appare immediatamente contraddittoria e, quindi, confutabile in termini logici : la contraddizione viene percepita, ma ad un livello talmente indefinito da lasciare la vittima incapace di trovare una risposta in tempi utili per reagire. Naturalmente, affinchè gli esiti siano realmente paralizzanti, è necessario che il messaggio sia emesso in un contesto definito da modelli di attaccamento, il distacco dai quali porterebbe in ogni caso alla crisi di identità della vittima. Il paradosso degli ‘extracomunitari a casa per il loro bene’ può confondere gli appartenenti alla destra sociale e umanitaria ma sicuramente viene recepito in ben altri termini dalla sinistra. Così come il messaggio ‘ti amo troppo per restare con te’ difficilmente ha effetto su una persona normale se viene comunicato prima che si sia stabilita una solida relazione di attaccamento affettivo la perdita della quale può influire su modelli di comportamento, strutturazione del tempo, progetti di vita, ecc.

Nei sistemi aperti, spesso accade che la comunicazione paradossale non sia frutto di volontà esplicita di confondere l’interlocutore: a volte accade che una involontaria discrepanza tra contenuto del messaggio e forma in cui viene veicolato possa farlo risultare confuso. In tal caso il messaggio viene o ignorato perchè percepito vagamente e genera ostilità in quanto potenzialmente invalidante della logica comune a cui ogni persona sana di mente fa quotidianamente ricorso. E’il caso dei cartelli che impongono il divieto di velocità a 20 o 10 km/h in occasione di lavori in corso: i tachimetri delle auto non possono rilevare con esattezza le basse velocità, e non esiste alcun controllore in grado di verificare infrazioni. Il divieto viene quindi ignorato o intenzionalmente trasgredito anche a costo di rischiare un incidente pericoloso. Un’altra situazione sottilmente paradossale si può verificare nel settore dell’assistenza ai tossicodipendenti: il paziente si rivolge alla struttura pubblica per alleviare le sofferenze della crisi d’astinenza. In molti casi si trova di fronte ad un operatore di sani principi che, in buona fede cerca di convincerlo a smettere. Ma il tossicodipendente vive la situazione in termini contraddittori: ‘vengo per soffrire di meno e mi si fa una predica che aumenta le mie ansie e i sensi di colpa’ e, difficilmente ritorna. E in realtà non ha tutti i torti : i SAT (servizio di assistenza ai tossicodipendenti) a rigor di logica avendo come finalità la lotta alle tossicodipendenze dovrebbero cambiar nome, perchè per le personalità dipendenti, assistenza significa aiuto immediato e incondizionato ad uscire dai problemi contingenti.

Ci auguriamo che il breve excursus sull’origine e funzione della comunicazione, nonchè sulle sue patologie possa far comprendere quale sia la complessità dei problemi da affrontare e quanti i rischi possibili che un messaggio sortisca l’effetto opposto a quello che si prefigura. Nella prossima sezione ci occuperemo di come sia possibile, se non eliminare, quantomeno ridurre al minimo il rischio di rendere inefficace o dannoso un processo di comunicazione.

2-L’informazione come strumento di adattamento

 

Stabilità e ricerca del nuovo nella gioventù

 

Abbiamo visto nella sez.1.1 come i processi evolutivi di adattamento avvengano attraverso a) regole predefinite e collaudate b) variazioni di parte delle regole c) circostanze ambientali che favoriscono la validità delle nuove regole . Nei processi di apprendimento dell’Uomo lo schema è analogo: regole apprese in famiglia vengono modificate dall’impatto con situazioni sociali più complesse. Laddove le regole familiari siano inefficaci nella nuova situazione, l’individuo arriverà a modificarle ed integrarle con quelle apprese dal nuovo contesto al fine di un più vantaggioso adattamento comportamentale. Nelle società in cui l’evoluzione socio culturale avviene con lentezza, la tradizione fissa regole rigide e rituali che guidano il giovane a integrare le regole familiari con quelle dell’ambiente adulto. E’ il caso dei rituali di iniziazione imposti agli adolescenti delle civiltà primitive, ai lunghi preparativi prenuziali delle società contadine, sino ai tempi più recenti quando si regalava l’orologio alla prima comunione, la macchina alla maturità e il biglietto da visita alla laurea. La famiglia decideva e controllava, con l’aiuto e la complicità delle istituzioni sociali, quando il giovane doveva essere messo in condizione di affrontare il mondo degli adulti. Si trattava di un mondo, in ogni caso, ove i segnali di attrazione che giungevano al giovane erano controllati e moderati da valori e retaggi tali da non costituire pericolo di eccessiva varianza con quelli appresi nella famiglia. Questo evitava la possibilità che i giovani, quali futuri membri della società, e per natura e caratteristiche attratti dal nuovo, non acquisissero elementi culturali eccessivamente eversivi per l’ordine e le dinamiche preesistenti. A parte l’uso ai fini di interessi eccessivamente conservativi, un indirizzo e un controllo da parte del mondo adulto rispetto ai giovani è ovviamente necessario. Sarebbe infatti ben problematica l’esistenza di una società i cui interessi principali fossero i rave parties , i motorini truccati o il body piercing . A riguardo, sarebbe interessante sapere se gli effetti di un inadeguato intervento informativo sui giovani, nella generazione precedente a quella attuale, potrebbe aver fatto aumentare la frequenza dei comportamenti adolescenziali negli adulti, ritardando ad esempio, l’ingresso nel mondo del lavoro, la formazione della coppia, il raggiungimento dell’ autonomia dai genitori. Sicuramente oggi notiamo una tendenza alla resistenza ai cambiamenti nei giovani, con atteggiamenti che vanno verso il razzismo come rifiuto della nuova società multietnica, sino all’omologazione a modelli sociali improponibili con l’evoluzione attuale del mercato del lavoro.

Nell' attualità si potrebbe rilevare un misto di disinformazione e mancata informazione nei seguenti elementi:

a) La falsificazione dei dati sull’economia, lo sviluppo e il mercato del lavoro attuata dal vecchio sistema dei partiti.

b) La crisi progressiva delle aggregazioni politico-ideogiche ispirate a intenti di educazione al progresso .

c) La diffusione di rappresentazioni della realtà basate sulla fiction e la stereotipia ad opera dei network commerciali e della TV di stato.

d) L’invalidazione delle aspettative di cambiamento della classe politico intellettuale degli anni 60-70, con conseguente esaurimento della capacità elaborativa e propositiva verso le nuove generazioni..

e) La tendenza del mercato del lavoro a scelte di tipo conservativo piuttosto che espansivo. Quindi blocco delle assunzioni, rinuncia alla formazione di nuovi quadri, mantenimento accanito di posizioni di privilegio dell’imprenditoria.

In tali circostanze, caratterizzate verosimilmente dall’assenza o dalla palese invalidità delle informazioni sul passato recente e sull’attualità, sarebbe spiegabile un ripiegamento di vedute nella fascia d’età adoscelenziale e post adolescenziale su valori e prospettive non in linea con la realtà del presente e del prossimo futuro. E’, in sostanza un quadro simile al meccanismo clinico della regressione nevrotica laddove invalidazioni dovute alla mancanza di regole fornite dal contesto familiare, spingono i giovani e gli adulti a comportamenti irresponsabili, o comunque incompatibili con quelli di un individuo maturo. Se si condividono, anche solo parzialmente, le argomentazioni sin qui poste, se ne deduce che qualsiasi intervento di tipo educativo rivolto ai giovani, specialmente qualora venga messo in atto da parte delle istituzioni, vada attentamente programmato e necessiti di metodologie e tecniche che tengano conto della difficoltà e delicatezza del vuoto che si va a colmare: è la stessa società, ritenuta, tout court, responsabile dei problemi che si pone il compito di fornire gli strumenti per risolverli. Naturalmente non crediamo che il disagio giovanile sia totalmente accomunabile a questo tipo di valutazione, ne’ riteniamo che l’unico problema da affrontare sia il disagio: in ogni caso le metodologie di analisi e le tecniche d’intervento da elaborare per risolvere un problema grave non differiscono, se non in misura quantitativa, da quelle che usiamo per affrontare un problema normale. La condizione per la riuscita è che teoria e metodo siano poggiati su elementi flessibili, tali da poter essere adattati, senza perdere di vista i presupposti e le finalità, a situazioni personali e ambienti di natura estremamente varia e variabile.

 

Aspetti cognitivi e comportamentali nei giovani

 

Per quanto non sia possibile, e nemmeno giusto, adottare schemi di classificazione dei problemi, giacchè la classificazione stessa diviene un problema ed un vincolo, sarà tuttavia necessario individuare alcune ipotesi di partenza per un’analisi degli atteggiamenti giovanili stabilendo i limiti, al massimo flessibili, di ogni possibile intervento. Prenderemo di seguito alcuni schemi generali di comportamento utilizzando strumenti di indagine presi a prestito dalla teoria cognitivista, tenendo presente che sono schemi riscontrabili a qualsiasi età, ma che nei giovani, proprio per la problematicità connaturata ai processi di crescita e cambiamento, si presentano con maggiore frequenza e in forma più appariscente. Un esempio che potrebbe farci comprendere la complessità del tema da trattare, è inerente al come, specialmente nella fascia immediatamente post adolescenziale, gli stili cognitivi e comportamentali che nell’età adulta caratterizzano gli individui, vengano nelle realtà giovanili assunti come identità di gruppo aldilà della storia psicologica e delle implicazioni personali dei membri del gruppo stesso. Per fare un esempio: la caratterizzazione e le abitudini dei cosiddetti Dark sono basati su atteggiamenti scostanti, vita notturna e look esangue ed esile , con forti connotazioni che rimandano ad un preciso quadro psicologico. Ebbene, all’interno del gruppo, lo stile cognitivo che rimanda a quel quadro psicologico ( che esemplificando potrebbe essere definito anoressico) non è rappresentato con maggior frequenza che in altre aggregazioni giovanili. Quindi gli atteggiamenti di gruppo non dovrebbero influenzare più di tanto l’osservatore, bensì farlo riflettere esclusivamente sul fatto che i suoi membri stanno manifestando difficoltà ad affrontare la vita adulta da soli e che, allo scopo di sentirsi meno indifesi, rinunciano alla rappresentazione esteriore della loro identità personale.

Proveremo ora a ripercorrere ipoteticamente i processi di adattamento cognitivo in un giovane esaminando la possibilità che si scontrino con problemi insolubili conducendolo a reazioni disadattative. Il problema principale che il giovane deve affrontare è quello di raggiungere, progressivamente, l’autonomia dalla famiglia. Questo presuppone una serie di scelte sia sul piano socioculturale, sia su quello della relazione affettiva con altri esseri umani. L’asse principale lungo il quale si svolge il processo atto al raggiungimento dell’autonomia riguarda riflessioni e costruzioni mentali quali dipendenza-indipendenza, diritti-doveri, libertà-costrizione, mimetizzazione-esposizione, solitudine-socialità, conservazione-rinnovamento, tolleranza-intolleranza. A seconda di come l’individuo elabori queste costruzioni e giunga ad un equilibrio tra gli estremi delle dicotomie, il processo di adattamento alla vita autonoma riesce ad andare avanti senza grossi problemi. Ma nel momento in cui il processo di mediazione e riorganizzazione tra i costrutti incontra invalidazioni piuttosto gravi, l’individuo tende a non elaborare più o a scegliere stabilmente uno dei due poli in più costrutti tra loro correlati ad es. dipendenza-solitudine-mimetizzazione oppure dovere-costrizione-conservazione. Senza entrare in profondità in argomentazioni e modelli di carattere troppo specifico, possiamo ipotizzare che, in condizioni di crisi il soggetto che vede fallire i suoi sforzi di adattamento possa scegliere le seguenti soluzioni:A) Decidere di avere fallito per propria incapacità e adottare la scelta di rinunciare. Il che può assumere il carattere della progressiva estraneazione dal mondo ossia assumere un atteggiamento di dipendenza costante, o dalla stessa famiglia, oppure da altri elementi quali partner, rigidi organismi sociali o religiosi, sostanze stupefacenti. Molte volte gli atteggiamenti di estraneazione e dipendenza si combinano e si alternano a seconda di particolari rinforzi o squalifiche ricevuti, muovendosi, però,sempre all’interno della stessa visione di incapacità dell’individuo a considerarsi un adulto autonomo

B)Attribuire agli altri la colpa delle invalidazioni subite e quindi assumere atteggiamenti di ostilità , definibile come il tentativo costante di difendere a tutti i costi le proprie idee senza ascoltare quelle degli altri. In molti casi, ulteriori invalidazioni portano alle condizioni di cui al punto a)

C) Percepire che c’è ancora qualcosa da esplorare e da capire e che quindi vanno fatti passi determinati verso un mondo considerato oscuro e pericoloso e quindi andare avanti utilizzando l’aggressività. Se vissuto in maniera non estrema tale atteggiamento può portare a progressiva rassicurazione e ad evolvere verso la creatività, che è la base principale dell’autonomia.

E’importante precisare che, per quanto le categorie rappresentate rimandino, per analogia a disturbi cognitivi di interesse clinico, nel contesto di un intervento socioculturale di tipo informativo esse assumono rilevanza e collocazione gerarchica alquanto diverse, in quanto sono destinate ad essere utilizzate in sfere ben determinate riguardanti la disponibilità e la capacità nel ricevere ed elaborare messaggi informativi provenienti da un agente esterno all'interno di una propria sfera personale. Per intendersi: la personalità dipendente ad. es. da un partner controllante e minaccioso, probabilmente rifiuterà per timore o per asincrasia il corteggiamento di una persona permissiva e rassicurante, ma potrà essere attratta dalla proposta di un corso di computer o di un concerto di musica barocca. Insomma, un intervento informativo si differenzia da un intervento di ristrutturazione in quanto il primo rappresenta il primo passo per la reintegrazione nella vita sociale all’interno della quale chi ha problemi potrà trovare altri interlocutori più qualificati e disponibili a risolverli. La scelta di un approccio psicologico al problema dell’informazione, assume quindi esclusivamente carattere epistemologico, in quanto possiede, più di altri approcci, la possibilità di accedere alla visione della complessità del sistema . A livello metodologico e nella prassi di intervento si dovrà, viceversa ricorrere a tecniche e modalità di relazione con il target giovanile che si discostino visibilmente dalla pratica dello studio medico o del consultorio.

 

2.3 L’intervento sui giovani

 

Abbiamo osservato nella sez. 2.1 come i processi di adattamento alla vita adulta si basano sulla risposta a stimoli nuovi che spostino l’attenzione del giovane dagli elementi di sicurezza offerti dal sistema precedente. Potrebbe sembrare strano e paradossale il fatto che tanto più un modello di comportamento si discosti da quello vissuto in ambito familiare, tanto più risulti attraente e inviti a sperimentarlo. In realtà , giacchè abbiamo visto che i processi di adattamento si misurano nella sperimentazione e valutazione di elementi dicotomici, sarà credibile che chi abbia vissuto un ambito familiare dominato dal senso del dovere, dalla conservazione e dalla costrizione e che, per questo si trovi a dover subire invalidazioni sociali ad es. nell’età scolare, tenderà a valutare con interesse la possibilità di essere un individuo senza doveri, libero e rivoluzionario. La predisposizione cognitiva verso il diverso, attiva, di conseguenza un orientamento della percezione verso segnali che abbiano come caratteristica essenziale la novità e l’originalità. Pertanto ogni messaggio in tale direzione deve avere le stesse connotazioni, ispirate alla fantasia e alla creatività. Tuttavia oggi assistiamo ad una grossolana manipolazione delle fantasie giovanili verso stereotipi creati artificialmente dai network commerciali e tali stereotipi assecondando necessità conservative , sono un po' il filo d’Arianna con i quali i meno disposti ad esplorare si orientano nel labirinto dei modelli di comportamento. Una visione eccessivamente negativa nei confronti di ciò sarebbe un errore simile al considerare tutti i Dark come afflitti da anoressia: in realtà le stereotipie, le mode, rappresentano la versione postindustriale delle divise e dei look trasgressivi dei decenni passati. Nell’elaborazione formale dei messaggi, in pratica nella loro confezione, si può decidere o meno se utilizzare elementi provenienti da tale contesto. Sicuramente non vanno demonizzati o totalmente sostituiti da modelli, magari di miglior gusto, ma che apparirebbero incomprensibili e, forse, minacciosi a buona parte del target.

Una volta raggiunto il contatto con i giovani il metodo d’intervento dovrebbe seguire tre strade principali:

a) Uso della comunicazione passiva, mettendo semplicemente a disposizione dell’utente opuscoli, banche dati informatiche e quant’altro possa essere prelevato senza contatto diretto con l’operatore. In tal modo le personalità dipendenti o rinuncianti, potranno evitare un interazione personale giudicata rischiosa o inutile.

b) Uso della comunicazione attiva, consistente nella richiesta all’utente di specificare quali sono i suoi interessi e nel provare ad orientarlo. Naturalmente i tentativi in tal senso non devono essere insistenti e devono cessare alla prima manifestazione di ostilità. Gli aggressivi e i creativi saranno loro stessi a tentare l’interazione, e in tal caso si tratterà di cercare di coinvolgerli in un processo di elaborazione attiva, come ad esempio fornire suggerimenti, collaborare con la postazione, informare gli amici ecc.

c) La comunicazione finalizzata verso utenti che richiedano esplicitamente aiuto o informazioni su come uscire da problemi contingenti. Nell’operare in tal senso bisogna ricordarsi che in un contesto di informazione rivolta ad un target quantitativamente consistente, si deve cercare di limitare l’approccio personale al minimo indispensabile ed orientare verso altri servizi l’aspetto formativo.

Bisognerà in ogni caso mantenere chiaro il concetto che il rapporto tra informatore ed utente è inerente due identità personali, di cui la prima si suppone ben definita e strutturata per svolgere il suo compito, mentre la seconda può manifestarsi in forma estremamente variabile e con stili di relazione collaborativi, evitanti e conflittuali. Affinchè l’approccio sia coronato da successo, l’identità strutturata dovrà osservare e valutare con attenzione quella meno strutturata ed agire con flessibilità e senza tentativi di sovrapposizione, evitando ragionevolmente ogni situazione conflittuale o che, comunque, coinvolga le due identità su piani di relazione che esulino dal compito specifico di fornire informazioni.

  

BIBILIOGRAFIA:

‘L’UOMO RICERCATORE, introduzione alla psicologia dei costrutti personali’, Firenze, Psycho - di G. Martinelli, 1986 

‘VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE’, Milano, Adelphi Edizioni S.P.A., 1976

‘MENTE E NATURA’, Milano, Adelphi Edizioni S.P.A., 1984

‘LA ZANNA E L’ARTIGLIO’, ed. italiana: Torino, Boringhieri Editore, 1982

‘IL GENE EGOISTA’, Bologna, Zanichelli S.P.A.,1980

‘AMORE E MORTE DEGLI ANIMALI’, Milano, Arnoldo Mondadori Editore 1981

‘LE STRATEGIE DELLA PSICOTERAPIA’, Firenze, Sansoni Editore S.p.a., 1977

‘LA COMUNICAZIONE NON VERBALE DELL’UOMO’, a cura di Bruno Munari,Roma, - Laterza, 1977

‘EVOLUZIONE E MODIFICAZIONE DEL COMPORTAMENTO’, Torino, Editore Boringhieri 1971

‘L’ AGGRESSIVITÀ’, ed. italiana: Milano, Il Saggiatore,1969

‘L’ALTRA FACCIA DELLO SPECCHIO’, ed. italiana: Milano,Adelphi Edizioni S.P.A., 1977

‘ATTACCAMENTO, CONOSCENZA E DISTURBI DI PERSONALITA’’, Milano, Raffaello - Cortina Editore, 1995

‘L’ORIGINE DELL’UOMO’, Roma, Editori Riuniti, 1982

‘PIANI E STRUTTURA DEL COMPORTAMENTO’, ed. italiana: Milano, Franco Angeli - Editore, 1976

‘IL VIDEO NEGLI ANNI 80’, Bari, De Donato Editore, 1981

‘IL COMPORTAMENTO SOCIALE DEGLI ANIMALI’,ed. italiana: Torino, Giulio Einaudi - Editore S.p.a., 1969

‘LA REALTA’ DELLA REALTA’, comunicazione, disinformazione, confusione’, Roma, Casa - Editrice Astrolabio, 1976 

‘PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE UMANA, studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi’, Roma, Casa Ed. Astrolabio - Ubaldini Editore, 197\

 


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