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Una soluzione metodologica al "problema
difficile"
Neurofenomenologia
Francisco J. Varela
Questo saggio replica alle questioni
sollevate da David Chalmers offrendo una direzione di ricerca
abbastanza radicale per il modo di collegare i principi
metodologici agli studi scientifici sulla coscienza. "Neurofenomenologia"
è la denominazione che uso in questa sede per designare la
ricerca di una maniera per sposare la moderna scienza
cognitiva con un approccio rigoroso all’esperienza umana,
ponendomi così lungo la linea della tradizione filosofica
europea della fenomenologia. L’uso di "neuro",
inteso qui come un nom de guerre: è stato scelto in contrasto
esplicito all’uso corrente di "neurofilosofia",
che riduce tout court la filosofia alla filosofia
angloamericana della mente. Inoltre "neuro" si
riferisce qui a tutta la serie di correlati scientifici che
sono rilevati nella scienza cognitiva. Tuttavia non sarebbe
molto pratico parlare di "fenomenologia
neuro-psico-evolutiva".
Io sostengo che
il "problema difficile" può essere affrontato in
maniera produttiva solo se si raccoglie una comunità di
ricercatori forniti di nuovi strumenti pragmatici per lo
sviluppo di una scienza della coscienza. Inoltre sono convinto
che in questa fase non saranno di alcun ausilio concreto né
correlati empirici frammentari, né principi puramente
teorici. Occorre invece volgerci a un’esplorazione
sistematica dell’unico legame fra mente e coscienza che
appare al tempo stesso ovvio e naturale: la struttura della
stessa esperienza umana.
In quanto segue
motiverò la mia scelta esaminando rapidamente il dibattito in
corso sulla coscienza alla luce del "problema
difficile" posto da Chalmers; poi tratteggerò la
strategia (neuro) fenomenologica; in conclusione discuterò
alcune delle maggiori difficoltà e conseguenze di questa
strategia.
Una cartografia di approcci
L’enigma dell’esperienza
Chalmers inaugura la discussione del
"problema difficile"[1]
concentrandosi su
quello che sembra centrale: l’esperienza associata a eventi
cognitivi e mentali. "Talvolta al riguardo si usano anche
termini come ‘coscienza fenomenica’ e ‘qualia’, ma
trovo più naturale parlare di ‘esperienza cosciente’ o
‘esperienza’ tout court" [Chalmers, 1995, p. 201].
Dopo aver descritto i case studies di alcune spiegazioni
diffuse di tipo funzionalista, Chalmers passa a identificare
la sfida ulteriore con la necessità di un qualche
"ingrediente in più". Già la scelta del termine è
indicativa, dal momento che il suo assunto di partenza è che
l’unica strada percorribile sia quella di trovare dei
principi teorici in grado di colmare il divario fra cognizione
ed esperienza.
Come spiegherò in
dettaglio più avanti, un’altra alternativa fondamentale
sembra quella di modificare l’intero quadro in cui è posta
la questione. In ogni caso "la morale di tutto ciò è
che non si può spiegare l’esperienza cosciente a buon
mercato" [ivi, 1995, p. 208].Concordo in pieno, ma mi
affretto ad aggiungere che il prezzo da pagare è più alto di
quanto la maggior parte delle persone sia disposta ad
ammettere. Di nuovo, la difficoltà centrale è che l’esperienza
"non è un postulato di tipo esplicativo, ma un
explanandum a tutti gli effetti, dunque non è un candidato
all’eliminazione (riduzionista)" [ivi, 1995, p.209].
Ciò che serve, conclude Chalmers, è una forma di spiegazione
non-riduzionista. Anche qui mi trovo d’accordo con lui, ma
in questo saggio mi riprometto di spiegare quanto divergano le
nostre posizioni da questo punto in poi. Comincerò mettendo a
fuoco daccapo la questione dell’esperienza nell’ambito
dell’enorme
espansione che sta conoscendo lo studio scientifico della
coscienza. Come infatti sappiamo tutti, la quantità di libri,
articoli e convegni su tale argomento è cresciuta in maniera
esponenziale negli ultimissimi anni. Ma a che cosa è dovuta
questa brusca inversione di tendenza, dopo anni di silenzio in
cui la coscienza era una faccenda scomoda persino all’interno
della scienza cognitiva?A dire il vero, era inevitabile che al
predominio dell’impostazione comportamentista subentrasse
una fase di assestamento, prima che la scienza cognitiva
potesse sentirsi il terreno ben saldo sotto i piedi. Un altro
fattore, forse anche più importante, era probabilmente dovuto
allo stile che dominava la filosofia della mente negli Stati
Uniti (con numerosi seguaci anche in Europa) e che ha guardato
sempre con diffidenza l’esperienza soggettiva. In questo
quadro generale gli sviluppi significativi nella scienza
cognitiva sono dovuti quasi esclusivamente all’orientamento
cognitivista-computazionale o a quello connessionista. Il
connessionismo in particolare ha reso possibile un’idea
rivoluzionaria, quella delle tradizioni e dei ponti fra
livelli esplicativi, più nota come "filosofia dell’emergenza":
la maniera in cui regole locali possono dare origine a
proprietà o oggetti globali in una casualità reciproca. Ciò
ha fornito nuovo significato all’interfaccia tradizionale
mente-corpo, facendo compiere notevoli passi avanti nella
spiegazione di un buon numero di specifici fenomeni cognitivi
(fra i più rilevanti dei quali si annoverano visione,
movimento e memoria associativa). Tali sviluppi hanno creato i
presupposti per il "problema difficile", in quanto
hanno fatto apparire la coscienza come è priva di ogni
rilevanza di tipo casuale. Lo si può osservare bene nel testo
pionieristico di Ray Jackendoff, in cui la "mente
fenomenologica" (ossia la coscienza considerata in quanto
esperienza) è vista come proiezione di una "mente
computazionale" (ossia di meccanismi cognitivi) dove ha
luogo tutto quanto risulti legato alla casualità. Ecco
perché l’unica conclusione a cui Jackendoff può giungere
è che la coscienza "non serve a nulla" [1987, p.
26].
Parallelamente, poi, tecniche innovative per l’analisi su
larga scala dell’attività celebrale e della neuropsicologia
ci hanno permesso per la prima volta di porre in maniera
diretta delle domande sperimentali sui correlati di aspetti
cognitivi complessi in azione, come l’imagery mentale o le
emozioni [vedi ad esempio Posner e Raichle, 1992; Mazoyer,
1995]. Gli esperimenti che confortano tali indagini "on
line" non invasive sono particolarmente interessanti in
quanto hanno condotto i ricercatori ad affrontare quesiti
come: il resoconto soggettivo può essere preso alla lettera?
di che cosa sono espressione i resoconti verbali? Queste sono
domande sostanzialmente legate all’esperienza, le quali
implicano già una revisione significativa del modo in cui le
descrizioni dell’esperienza umana vanno affrontate nella
ricerca empirica.Un giorno riusciremo a ricostruire pienamente
la storia intellettuale di questo problema, con tutti i suoi
cambiamenti di direzione. Eppure tutto ciò sa di déjà-vu,
riportandoci alla mente le continue oscillazioni, fra i due
estremi del rifiuto e dell’attrazione assoluta, nelle
discussioni scientifiche sull’esperienza cosciente.
Difficilmente le cose potrebbero stare diversamente, dal
momento che ogni scienza della cognizione e della mente deve,
prima o poi, fare i conti con la condizione ineludibile,
secondo la quale non abbiamo alcuna idea di come potrebbe
essere il mentale o il cognitivo al di fuori della stessa
esperienza che ne abbiamo.
Come hanno osservato opportunamente John Searle nel suo
contributo su questa enorme messe di studi, se c’è una fase
di ricerca favorevole a teorie della mente strettamente
materialiste, "[il filosofo] incontra delle difficoltà.
Sembra sempre che si dimentichi qualcosa [...e] al di la delle
obiezioni tecniche
c’è un’obiezione assai più profonda [...che] si può
porre in maniera abbastanza semplice: la teoria in questione
ha tralasciato la mente, o alcuni tratti essenziali, come ‘coscienza’
o ‘qualia’ di contenuto semantico. [...Così] se dovessimo
pensare alla filosofia della mente come a una persona, diremmo
che è nevrotica, e che la sua nevrosi è quella di ripetere
continuamente lo stesso modello di comportamento" (Searle,
1992, pp. 30-31).Concordo con la diagnosi di Searle tanto
quanto dissento dalla cura che propone (su cui tornerò più
avanti); ovviamente avremo bisogno di prendere alcuni
provvedimenti radicali per compensare tale comportamento
nevrotico. E’ esattamente ciò che intendo fare in questo
articolo, lanciando una proposta che ad alcuni potrà apparire
radicale; eppure nessun’altra misura meno drastica riuscirà
a spezzare il circolo vizioso e a superare i tentativi
di risolverlo con un ennesimo modello teorico e astratto.
Un
abbozzo di proposta su quattro assi

Per motivare la mia posizione il lettore
dovrebbe ora rivolgere la sua attenzione alla figura, con i
quattro assi che ritengo sintetizzino gli orientamenti
essenziali nell’attuale sviluppo di discussioni sulla
coscienza. Non
va inteso come uno schema riepilogativo di tutti i vari punti
di vista sull’argomento, ma come un’occasione per situarmi
rispetto a coloro che hanno scritto estesamente (in genere
libri) al riguardo negli anni più recenti. Lo schema
comprende soltanto approcci naturalistici, vale a dire
posizioni che, ognuna alla propria maniera, forniscono un
collegamento operativo alla ricerca attuale nella scienza
cognitiva. Ciò esclude almeno un paio di correnti abbastanza
affermate: da un lato posizioni che assumono un atteggiamento
tradizionalmente dualista (tipo Eccles), dall’altro quelle
che propongono di andare a cercare nuovi fondamenti nella
meccanica quantistica. Personalmente le ritengo entrambe
estreme e non necessarie, perciò mi concentrerò su quelle
basate in qualche maniera esplicita sulla neuroscienza e sulla
scienza cognitiva attuali. All’estrema destra ho
messo la tendenza, di vasta risonanza, ben rappresentata da P.
Churchland, ma che include anche F. Crick e C. Koch; essa è
vicina alla filosofia spontanea di molti altri miei colleghi
attivi nel campo della neuroscienza ed è appropriatamente
denominata neuroriduzionismo o eliminativismo. Come si sa,
questa concezione cerca di risolvere il "problema
difficile" eliminando il polo dell’esperienza a favore
di una qualche forma di spiegazione neurobiologica a cui sarà
affidato il compito di generarla [Churchland e Sejnowski,
1992]. Ovvero, per dirla con la tipica rudezza di Crick:
"Non sei che un ammasso di neuroni" [1994, p.2]. Al centro, un po’ in
alto, ho raccolto varie posizioni che si possono definire
funzionaliste, e identificate da Chalmers [1995, pp. 204-09]
come l’ecologia di idee più popolare e attiva al momento.
Il funzionalismo è stata l’opzione di gran lunga preferita
nella scienza cognitiva per gli ultimi venti anni, seguita
dalla strategia di sostituire il legame fra la cognizione e i
suoi stati intenzionali o funzionali corrispondenti. Nel
migliore dei casi il problema della coscienza è equiparato a
quello dei "qualia" per taluni tratti di stati
mentali. Così la nozione di esperienza viene assimilata a
forza a quella di comportamento cognitivo, atteggiamento
proposizionale o ruolo funzionale. Queste
concezioni comprendono numerose proposte ben sviluppate, fra
cui il "meccanismo proiettivo" di R. Jackendoff
[1987], lo "spazio di lavoro globale" di B. Baars
[1988], le "versioni molteplici" di Dennet [1991],
le "macchine darwiniane" di W. Calvin [1990] o il
"darwinismo neutrale" di G. Edelman [1989].La
struttura di fondo in tutte queste proposte è abbastanza
simile: si parte dapprima dalle unità modulari delle
capacità cognitive (vale a dire i "problemi
facili") e poi si costruisce un quadro teorico per
accordarle, in modo che la loro unità sfoci in una
spiegazione dell’esperienza. La strategia per ricollegare
questa unità emergente e l’esperienza stessa può variare,
ma in genere rimane vaga dal momento che tutto poggia quasi
interamente su un approccio in terza persona, o esternalista,
per ottenere i dati e convalidare la teoria. Tale posizione
sembra la più diffusa attualmente nella scienza cognitiva, e
rappresenta il lavoro di un buon numero di ricercatori. La sua
popolarità si fonda sull’accettazione della realtà dell’esperienza
e della vita mentale, pur mantenendo i metodi e le idee all’interno
del quadro conosciuto della scienza empirica.Torniamo allo
schema. Ancora al centro, ma in basso, abbiamo l’immagine
speculare del funzionalismo: i rassegnati al
"mistero" della coscienza, come T. Nagel [1984] e C.
McGinn [1991], cercano di dimostrare, a partire da alcuni
principi, che il "problema difficile" non è
risolvibile, proprio sulla base della limitazione intrinseca
dei mezzi attraverso i quali acquisiamo conoscenza del
mentale.Infine,
sulla sinistra, ho messo il settore che mi interessa
maggiormente. Esso può essere descritto sommariamente come
quello che da un ruolo esplicito e centrale ai resoconti in
prima persona e alla natura irriducibile dell’esperienza,
pur rifiutando al contempo qualunque concessione al dualismo
qualsiasi abbandono pessimistico alla questione, come fanno
quelli che si sono rassegnati al "mistero". Ciò è
in sintonia con l’individuazione operata da Chalmers del
luogo in cui si situa il "problema più difficile".
Analogamente agli altri orientamenti nel mio schema, anche
questo gruppo è misto, annoverando al suo interno
personalità eterogenee come M. Johnson [1987] e G. Lakoff,
per il loro contributo alla semantica cognitiva; J.Searle, per
le sue idee sull’irriducibilità ontologica [1992]; G.
Globus per il cervello "postmoderno" [1995];
nonché, ai margini, "l’equilibrio riflessivo" di
O. Flanagan [1992] e la proposta dello stesso Chalmers,
sviluppata appieno nel suo ultimo libro [1996].Ciò che è
interessante in questo gruppo eterogeneo, in cui mi ritrovo io
stesso, è che, nonostante vi sia un interesse comune per l’esperienza
in prima persona come fatto fondamentale da inserire nel
futuro della disciplina, sono evidenti le differenze nel modo
di prendere in considerazione questa esperienza. L’approccio
fenomenologico è fondato su un particolare procedimento di
esplorazione dell’esperienza che è al centro della mia
proposta. Spero che questo possa chiarire a sufficienza il
contesto delle mie idee all’interno del panorama attuale.
Adesso possiamo passare al cuore del problema, ossia alla
natura della codeterminazione tra un’analisi in prima
persona e un’analisi esterna dell’esperienza umana, il che
descrive la posizione fenomenologica in fertile dialogo con la
scienza cognitiva.
Un
approccio fenomenologico
Irriducibilità:
il terreno di base
L’approccio
fenomenologico prende le mosse dalla natura irriducibile dell’esperienza
cosciente: l’esperienza vissuta è ciò da cui partiamo. La
maggior parte degli autori contemporanei non sono propensi a
concentrarsi sulla distinzione fra vita mentale intesa in
qualche senso generale ed esperienza, oppure manifestano
addirittura delle perplessità sulla possibilità di
distinguere tali ambiti. Dal punto di vista fenomenologico la
nozione di esperienza cosciente non va affatto d’accordo con
quella di contenuto mentale come figura nella filosofia
angloamericana della mente. La tensione fra questi due
orientamenti emerge in maniera abbastanza evidente nel testo
di Dennett, dove egli sostiene senza troppa fatica (una
quindicina di righe in un tomo di 550 pagine) il fallimento
della fenomenologia: "Come altri tentativi di spogliarsi
dell’interpretazione e rivelare i fatti elementari della
coscienza all’osservazione rigorosa quali il movimento
impressionistico nelle arti e le psicologie introspezioniste
di Wundt, Titchener e altri, la fenomenologia non è riuscita
a trovare un unico metodo ben stabilito su cui tutti siano d’accordo"
[1991, tr. It. 1993, p. 56]. Si tratta di un brano rilevatore:
Dennett mischia elementi diversi facendo un unico fascio di
impressionismo e di introspezionismo, confonde quest’ultimo
con la fenomenologia, con cui invece non ha nulla da spartire
e infine trae la propria conclusione dall’assenza di un
qualche tipo idilliaco di accordo universale in grado di
confermare il tutto. Di certo non esigeremmo "che tutti
siano d’accordo", poniamo, sul darwinismo, per farne un
programma di ricerca assai utile. E di sicuro alcune persone
converrebbero sulla possibilità concreta di un esame rigoroso
dell’esperienza umana. In un libro che sotto molti aspetti
è così utile e ricco di intuizioni, questa ignoranza
dimostrata a proposito della fenomenologia è un sintomo che
la dice lunga su quello che non va in questo campo.La
questione principale da mettere in rilievo è stata posta con
chiarezza da Searle: "una parte considerevole del
fallimento che si può riscontrare nella maggioranza del
lavoro svolto in filosofia della mente [...] nell’ultimo
cinquantennio [...] deriva da un continuo fallimento nel
riconoscere e accettare il fatto che l’ontologia del mentale
è un’ontologia irriducibilmente in prima persona. [...] In
breve, non possiamo in alcun modo immaginarci la soggettività
come parte della nostra visione del mondo perché, per così
dire, proprio la soggettività in questione è la capacità
stessa di immaginare" [Searle, 1992, p. 95 e 98].Ma in
questa difesa dell’irriducibilità della coscienza si
avverte un’incapacità di giungere a una conclusione su come
risolvere il problema epistemologico relativo allo studio
della coscienza. Egli vuole farci accettare il fatto che
"l’irriducibilità della coscienza è una mera
conseguenza della pragmatica delle nostre pratiche definitorie"
[ivi, p. 122] e che tale irriducibilità è una "prova
definitiva" [ivi, p. 97]. Il mentale non ha alcuna
maniera evidente di studiare se stesso e perciò rimaniamo con
una conclusione chiara dal punto di vista della logica, ma in
limbo dal punto di vista pragmatico e metodologico.Non è
diversa la situazione nel caso di Jackendoff: anch’egli
sostiene per proprio conto l’irriducibilità della coscienza
ma significativamente tace quando si giunge a questioni di
metodo. Egli rivendica il fatto che gli insight nell’esperienza
agiscono come vincoli per una teoria computazionale della
mente, ma a ciò non fanno seguito delle raccomandazioni
metodologiche, fatta salva "la speranza che i disaccordi
sulla fenomenologia si possano appianare in un’atmosfera di
fiducia reciproca" [1987, tr. It. 1990, p. 275]. Proprio
fiducia reciproca!? Quello che serve è invece un metodo
rigoroso, ed è li che si trovano sia la difficoltà sia il
potenziale rivoluzionario della questione.
Metodo:
muoversi in avanti
Abbiamo
bisogno di andare ad esaminare, oltre il fantasma della
soggettività, le possibilità concrete di un’indagine
rigorosa dell’esperienza che è davvero alla base dell’ispirazione
fenomenologica. Mi ripeto: il progetto di fondamento della
fenomenologia è costituito dalla riscoperta del primato dell’esperienza
umana e dalla sua qualità diretta, vissuta. Questo è il
senso con cui Husserl inaugurò in Occidente questo modo di
pensare e stabilì una lunga tradizione, tutt’oggi viva e
vegeta, e non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Difatti
tra gli anni 1910 – 12, mentre Husserl era all’acme della
sua fase creativa, negli Stati Uniti William James seguiva
percorsi quasi paralleli nel suo approccio pragmatico alla
vita cognitiva. E, tanto per completare la
"sincronicità" planetaria di questa svolta, una
ripresa estremamente innovativa dal punto di vista filosofico
comparve in Giappone, con la cosiddetta scuola di Kyoto,
avviata da Nishida Kitaro e proseguita da Nishitani Keiji e
altri. Husserl e James si conoscevano e ognuno dei due leggeva
le opere dell’altro; i membri della scuola di Kyoto hanno
letto ampiamente la fenomenologia occidentale e hanno
trascorso lunghi periodi di formazione in Germania. Perciò io
credo che dovremmo considerarli anni mirabiles per la
fenomenologia, allo stesso modo di quello che è stato il
periodo 1848 – 52 per la nascita della biologia
evoluzionistica moderna.E’ corretto dire che la
fenomenologia è, più di ogni altro, uno stile di pensiero,
promosso in Occidente da Husserl, ma che non si esaurisce
nelle sue preferenze e nel suo approccio particolare [Lyotard,
1954]. Non voglio impegnarmi a fornire un resoconto sulla
diversità e complessità della fenomenologia in Occidente [al
riguardo, cfr. S piegelberg, 1962]. Il contributo di studiosi
come Eugen Fink, Edith Stein, Roman Ingarden e Maurice
MerleauPonty, per citarne solamente alcuni, ne testimoniano lo
sviluppo continuo. Più di recente, sono stati esplorati
diversi collegamenti con la scienza cognitiva odierna [vedi ad
esempio, Deryfus, 1982; Varela, Thompson e Rosch, 1991; Klein
e Westcott, 1994; Petitot, 1995; Petitot et al., 1996;
Thompson e Varela, 1996]. Faccio tale considerazione esplicita
perché ho osservato personalmente che la maggior parte delle
persone senza una conoscenza approfondita del movimento
fenomenologico sono portate automaticamente a credere che sia
una sorta di derivazione scolastica da Husserl, una faccenda
che è meglio lasciare a polverosi filosofi europei in grado
di leggere il tedesco.Nel migliore dei casi chi si occupa di
scienza cognitiva avrà letto il volume curato da Dreyfus nel
1982, dove si presentava Husserl come una specie di
proto-computazionalista, e supporrà che questo sia tutto
quello che c’è da sapere sulla fenomenologia. Questa è
divenuta un’interpretazione citata spesso e volentieri, ma
vari critici hanno dimostrato che questa lettura cognitiva di
Husserl è molto discutibile. Non è questo il luogo per
dilungarsi su tale problema, ma è essenziale almeno avvertire
di come stiano realmente le cose, per evitare che il lettore
aduso alla letteratura scientifica pensi che la faccenda sia
stata risolta una volta per tutte (per una critica della
lettura di Husserl operata da Dreyfus cfr. Langsdorf [1985],
nonché le obiezioni di McIntyre [1986]; per un resoconto più
recente di questa controversia, attraverso un contrasto fra
Husserl e Foder, cfr. Roy [1995] ).La mia posizione non può
essere ascritta ad alcuna scuola o derivazione specifica, ma
rappresenta la sintesi della fenomenologia che ho elaborato io
stesso alla luce della scienza cognitiva odierna e di altre
tradizioni che si concentrano sull’esperienza umana. La
fenomenologia può essere descritta anche come un particolare
tipo di riflessione o un modo di pensare alla nostra capacità
di essere consapevoli. La riflessione nel suo insieme rivela
una varietà di contenuti mentali (atti mentali) e il loro
orientamento correlato, ossia i contenuti intenzionali. Il
modo di pensare naturale o ingenuo dà per scontati parecchi
assunti impliciti o tradizionali, sia sulla natura di chi il
soggetto di un’esperienza, sia sui suoi oggetti
intenzionali. Il punto archimedeo della fenomenologia è di
sospendere tali assunti abituali e di promuovere un’analisi
di nuovo tipo, donde il nuovo slogan di Husserl "Torniamo
alle cose stesse!" (Zurück zu den Sachen selbst!",
all’inizio della prima parte del secondo volume delle
Ricerche logiche [1900-01]), che per lui significava il
contrario dell’oggettivazione in terza persona, un ritorno
al mondo che viene esperito nella sua immediatezza percepita.
La speranza di Husserl, così come l’ispirazione alla base
della ricerca fenomenologica, era che si potesse stabilire
gradualmente una vera scienza dell’esperienza, la quale non
solo potesse stare alla pari con le scienze della natura, ma
potesse anche fornire loro una base di cui avevano bisogno,
dal momento che la conoscenza emerge necessariamente della
nostra esperienza
vissuta.Da un
lato l’esperienza è soffusa di pre-comprensione spontanea,
tanto da dare l’impressione che qualunque "teoria"
su di essa sia del tutto superflua; ma dall’altro lato
questa stessa pre-comprensione va esaminata, in quanto non è
chiaro che tipo di conoscenza rappresenti. L’esperienza
richiede un esame specifico per liberarla dal suo status di
credenza abituale. Per dirla con Merleau-Ponty:
"Ritornare alle cose stesse significa ritornare a questo
mondo anteriore alla conoscenza di cui la conoscenza parla
sempre e nei confronti del quale ogni determinazione
scientifica è astratta, segnitiva e dipendente, come la
geografia nei confronti del paesaggio in cui originariamente
abbiamo imparato che cos’è una foresta, un prato o un fiume
"[1945, tr. it. 1965, p. 17].Insisto perché in primo
piano questo principio di base dell’approccio fenomenologico,
dal momento che spesso invece si traduce superficialmente in
una ricerca empirica di correlati mentali. Occorrerà tornare
più volte su questo punto perché è unicamente apprezzando
la profondità di questa distinzione che i ponti
fenomenologici possono pretendere di mantenere un legame
significativo con l’esperienza vissuta e di essere una
soluzione per il "problema difficile".La
fenomenologia fonda la sua tendenza a promuovere uno sguardo
nuovo all’esperienza in un gesto di riflessione specifico:
la riduzione fenomenologica (il lettore dovrebbe resistere
alla tentazione si assimilare questo uso di
"riduzione" a quello di "riduzione
teorica", quale appare ad esempio neoriduzionista e ben
articolato degli scritti di P. Churchland; dato che i due
significati sono diametralmente opposti, è opportuno
aggiungere qui un aggettivo qualificativo). Adesso devo
svelare tutti i segreti di questo modo di pensare o gesto
attraverso il quale si modifica la maniera abituale in cui
dobbiamo metterci in relazione con i nostri mondi vissuti.
Ciò non significa considerare un mondo differente, quanto
piuttosto considerare diversamente quello attuale. Come
dicevamo poc’anzi, questo gesto trasforma un’esperienza
ingenua o non ancora esaminata in una riflessiva, o di secondo
ordine. Giustamente la fenomenologia insiste su questo
passaggio dal modo di pensare naturale a quello fenomenologico,
giacché soltanto allora il mondo e la mia esperienza appaiono
aperte e bisognose di esplorazioni. Il significato e la
pragmatica della riduzione fenomenologica hanno assunto molte
varianti che si dipartono da questo tronco comune, anche se
non intendo riassumerle qui: una discussione recente sulle
varietà di riduzione si può leggere in Bernet [ 1994, pp.
5-36]; la prima articolazione dello stesso Husserl si può
trovare nelle lezioni che tenne all’Università di Gottinga
dal 26 aprile al 2 maggio del 1907 e che hanno segnato un
decisivo passo in avanti [Husserl, 1950]. Il gesto consapevole
alla base della riduzione fenomenologica può essere suddiviso
in quattro momenti, o aspetti, collegati fra loro.
1.
Atteggiamento:
riduzione
L’atteggiamento
della riduzione è il punto di partenza imprescindibile. Può
essere definito più specificatamente grazie alle sue analogie
con il dubbio: un’improvvisa, transitoria sospensione di
credenze rispetto a ciò che si sta esaminando, una messa in
questione del nostro abituale discorso riguardo a qualcosa, un
mettere tra parentesi la struttura preventiva che costituisce
lo sfondo onnipresente della vita quotidiana. La riduzione è
autoindotta (si tratta cioè di una pratica attiva), e punta a
essere risolta (dissipando i nostri dubbi) poiché nel nostro
caso costituisce una fonte di esperienza. Di solito si fa l’errore
di credere che sospendere il nostro modo abituale di pensare
significhi arrestare il flusso dei pensieri, il che non è
possibile.Il punto è invece quello di invertire la direzione
del movimento del pensiero, che abitualmente è orientato al
contenuto, verso il sorgere dei pensieri stessi. Si tratta in
realtà, ne più ne meno, che della prerogativa umana della
riflessività, e della linfa vitale della riduzione.
Impegnarsi nella riduzione significa esercitare una
sistematica capacità di riflessione in tempo reale, aprendo
così nuove possibilità all’interno del nostro consueto
flusso mentale. Ad esempio, proprio in questo istante chi
legge sta molto probabilmente facendo dei commenti interiori
su cosa sia questa riduzione, a cosa possa essere assimilata,
e così via. Per mettere in moto l’atteggiamento di
riduzione si dovrebbe cominciare col prendere nota di questi
schemi automatici di pensiero, lasciarli scorrere via, e
rivolgere la riflessione verso la loro sorgente.
2.
Intimità: intuizione
Il
risultato della riduzione è che un campo di esperienza si
rivela insieme meno ingombro e più vividamente presente, come
dalla solita nebbia che separa la sperimentazione dal mondo.
Come ha notato William James, l’immediatezza dell’esperienza
appare così circondata da una molteplicità di orizzonti
verso i quali possiamo deviare il nostro interesse. Questo
aumento di intimità col fenomeno è cruciale, poiché
rappresenta la base del criterio di verità nell’analisi
fenomenologica, la natura della sua evidenza. Se l’intimità
o immediatezza è l’inizio di questo processo, esso prosegue
con l’esercizio di variazioni immaginarie, prendendo in
considerazione, nello spazio virtuale della mente, molteplici
possibilità del fenomeno così come appare.Queste variazioni
ideali ci sono familiari dalla matematica, ma nel nostro caso
vengono messe al servizio di ogni aspetto su cui si focalizzi
la nostra analisi: la percezione della forma tridimensionale,
la struttura del momento presente, le manifestazioni di
empatia, e così via. E’ attraverso queste molteplici
variazioni che sorge un diverso grado di comprensione, un’esperienza
di tipo "Ah, ecco!", accompagnata da una nuova
evidenza che porta con sé una forza di convinzione. Questa
palpabile intimità con la nostra esperienza corrisponde
abbastanza a ciò che viene comunemente indicata come
intuizione, e rappresenta, insieme alla riduzione, la due
principali capacità umane che vengono utilizzate ed
esercitate nella riduzione fenomenologica.
3.
Descrizione: invarianti
Fermarsi a
una riduzione seguita da variazioni immaginarie
significherebbe condannare questo metodo a una constatazione
puramente privata. Il passo seguente è altrettanto cruciale
dei precedenti: l’aumento di evidenza intuitiva deve essere
posto, tradotto in termini comunicabili, di solito attraverso
il linguaggio o altre scritture simboliche (tipo schizzi o
formule). D’altra parte la concreta esecuzione materiale di
queste descrizioni costituisce a sua volta un aspetto
integrante della riduzione fenomenologica e modella la nostra
esperienza tanto quanto l’intuizione che le dà forma. In
altre parole, non si tratta tanto di una
"codificazione" in un documento pubblico, quanto di
una "incarnazione" che dà corpo e modella ciò che
sperimentiamo. Io considero queste descrizioni pubbliche come
delle invarianti, poiché è attraverso le
"variazioni" che si trovano le precise condizioni
rispetto alle quali un’osservazione può essere
comunicabile. Tutto ciò non è molto diverso da quello che i
matematici fanno da secoli: la novità è che viene applicato
al contenuto della coscienza.
4.
Addestramento:
stabilità
Come per
ogni altra disciplina, la chiave è costituita da un
addestramento prolungato e da una pratica costante. Un’episodica
incursione nella coscienza è ben diversa da un sistematico
esercizio della riduzione fenomenologica. Questo aspetto è
particolarmente rilevante, dal momento che l’atteggiamento
di riduzione è notoriamente fragile. Se non si coltiva l’abilità
ad approfondire e stabilizzare la propria capacità di messa
tra parentesi attenta e di intuizione, così come l’abilità
a fornire descrizioni chiarificanti, nessuna ricerca
sistematica può giungere a dare i suoi frutti. Quest’ultimo
aspetto della riduzione fenomenologica che è forse l’ostacolo
più grande alla costituzione di un programma di ricerca,
poiché implica che una comunità di ricercatori si dedichi a
un impegno indisciplinato.
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Riduzione fenomenologica
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aspetti del metodo
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caratteristiche dell’indagine
conseguente |
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Atteggiamento |
messa tra parentesi, sospensione
delle credenze |
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Intuizione |
intimità, evidenza immediata |
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Invarianti |
trasposizioni simboliche,
intersoggetività |
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Addestramento |
stabilità, pragmatica |
|
Evitare alcune trappole consuete
In altre presentazioni di queste idee mi
sono trovato ripetutamente di fronte a una serie di
incomprensioni e di conclusioni forvianti. Preferisco
anticipare alcune delle trappole più comuni e occuparmene
subito.
L’analisi fenomenologica non è una
semplice introspezione
Come è stato sottolineato da molti, l’introspezione
presuppone che noi possiamo avere accesso alla nostra
esperienza nello stesso modo in cui abbiamo accesso al nostro
campo visivo "interno", tramite un’ispezione, come
suggerito dall’etimologia della parola. Una tale indagine
interna è una normale capacità cognitiva di raddoppiamento
riflessivo, un gesto in cui ci cimentiamo normalmente.Ciò
presuppone un certo referente "Io" che compie l’autosservazione,
una rete narrativa che modella ciò che noi identifichiamo
come soggetto.In epoca pre-fenomenologica (cioè senza
riduzione) l’introspezione suscitò un’ondata di interessi
in psicologia, a cominciare dai lavori di W. Wundt, seguito da
altri ricercatori come E.B. Titchener negli Stati Uniti e
dalla scuola di Wurzburg. A dispetto dell’entusiasmo
iniziale, il programma di ricerca prospettato dall’introspezionismo
non mise radici. Oltre a vari problemi, i protocolli dei
diversi laboratori non riuscivano a raggiungere un comune
terreno di convalida. Un caso classico era la questione se l’immaginazione
visiva giocasse un ruolo nella risoluzione dei problemi oppure
no. Il metodo impiegato si serviva inizialmente della
riflessione, ma indicava delle direttive esplicite su cosa
cercare e sul tipo di distinzioni da eseguire, proprio come ci
siamo abituati a vedere nella moderna psicologia sperimentale.
A poco a poco i protocolli risultarono
inevitabilmente sempre più influenzati dai presupposti
teorici delle ricerche, e di fatto degenerarono rapidamente in
argomentazioni basate sull’autorità. Il resoconto storico
fattone da Lyons [1986] è concepito come un necrologio dell’introspezione.
Ma questa sarebbe una conclusione prematura, come ci ammonisce
Howe [1991].Per un fenomenologo questo modo di utilizzare le
capacità riflessive ricade ancora nell’atteggiamento
tradizionale, poiché procede sull’onda di assunzioni ed
elaborazioni precostituite. La fenomenologia condivide con l’introspezione
un interesse nel raddoppiamento riflessivo come mossa chiave
del suo approccio ai fenomeni. Ma i due atteggiamenti si
volgono in direzioni diverse. E’ a ragion veduta che nella
riduzione fenomenologica l’abilità da mobilitare è
chiamata "mettere fra parentesi", perché persegue
appunto l’effetto opposto a quello di introspezione
acritica: taglia corto con le nostre elaborazioni e credenze
immediate e automatiche, in particolare individuando e
mettendo in sospensione ciò che noi pensiamo di
"dover" trovare o certe descrizioni
"attese". Così la riduzione fenomenologica non è
un "guardarsi dentro", ma piuttosto una libertà di
giudizio relativa alla sospensione delle conclusioni, che
lascia emergere un nuovo aspetto o un nuovo insight sul
fenomeno da spiegare. Di conseguenza un’azione del genere
non convalida la dualità fondamentale soggetto/oggetto, ma si
apre a un campo di fenomeni in cui diventa sempre meno ovvio
come distinguere tra soggetto e oggetto (questa è quella che
Husserl ha chiamato "la correlazione fondamentale").
L’intuizione non è qualcosa di
evanescente
Molte
persone reagiscono con sospetto quando si parla di intuizione.
Nel nostro contesto le capacità intuitive non si riferiscono
al fuoco fatuo di una qualche elusiva sorta di ispirazione. Si
tratta, al contrario, di una fondamentale capacità umana che
è costantemente all’opera nella vita quotidiana e che è
stata ampiamente studiata in molte ricerche sulla creatività.
Pensiamo ad esempio alla matematica: alla fin fine il peso
decisivo di una dimostrazione, al di là della concatenazione
logica del ragionamento simbolico, giace nella sua forza di
convinzione, nell’immediatezza dell’evidenza con cui ci si
impone. E’ questa la natura dell’evidenza intuitiva: non
nasce dall’argomentazione, ma dalla creazione di una
chiarezza che è totalmente convincente. Noi diamo per
scontata questa nostra prerogativa, ma facciamo ben poco per
svilupparla in termini sistematici. Naturalmente fra
ragionamento e inferenza non si dà qui alcuna contraddizione:
l’intuizione senza ragionamento è cieca, ma le idee senza
intuizione sono vuote.
Esiste una realtà al di là del dualismo
di soggettivo/oggettivo
Una delle
caratteristiche principali dell’atteggiamento fenomenologico
consiste nel cercare di non opporre il soggettivo
all'oggettivo, ma di superare la loro dicotomia in nome della
loro correlazione fondamentale. La riduzione fenomenologica ci
dimostra subito evidente che la conoscenza è
inestricabilmente collegata a ciò che va al di là di se
stessa (in termini husserliani è "trascendentale").
La coscienza non è cioè una sorta di evento interno e
privato, poiché alla base possiede lo stesso tipo di
esistenza del mondo esterno, privo di coscienza. Tanto per
cominciare, l’analisi fenomenologica non è un mio
"viaggio privato", poiché è concepita come
indirizzata ad altri, attraverso una convalida
intersoggettiva. In questo senso il proposito dell’atteggiamento
fenomenologico non differisce radicalmente da quello di altre
modalità di indagine. Analogamente, grazie all’evidenza
empirica e intuitiva, possiamo facilmente convincerci che la
nostra esperienza umana, la mia come la vostra, segue qualche
fondamentale principio strutturale che, come lo spazio, impone
la propria legge alla natura di ciò che ci è dato come
contenuto di quell’esperienza.Attraverso la riduzione
fenomenologica, la coscienza appare come un fondamento che fa
luce su come possono sorgere in prima istanza delle nozioni
derivate come quelle di soggettivo e oggettivo. Ecco perché
in questo stile di indagine la nozione coscienza è
radicalmente diversa da quella dell’empirismo angloamericano.Non
abbiamo cioè a che fare con un’ispezione privata, ma con un
ambito di fenomeni in cui il soggettivo e l’oggettivo,
nonché il soggetto e gli altri, emergono naturalmente dall’applicazione
del metodo e dal suo contesto. Questo è un punto che sfugge
spesso ai riduzionisti e ai funzionalisti.L’esperienza è
chiaramente un evento personale, ma ciò non significa che sia
privato, nel senso di una sorta di soggetto isolato che viene
paracadutato in un mondo oggettivo predeterminato. Una delle
scoperte più importanti del movimento fenomenologico consiste
nell’aver compreso rapidamente che un’indagine sulla
struttura dell’esperienza umana induce inevitabilmente un
cambiamento di prospettiva che prende in considerazione i
diversi livelli per cui la mia coscienza è inestricabilmente
collegata a quella degli altri e al mondo fenomenico in un
coacervo empatico (vedi box "La riscoperta fenomenologica
dell’empatia").Di conseguenza, la tradizionale
opposizione tra analisi in prima e terza persona è
fuorviante. Ci induce a dimenticare che le cosiddette analisi
obiettive in terza persona vengono in realtà eseguite da una
comunità di persone concrete che si incarnano nel proprio
mondo naturale e sociale grazie alle loro analisi in prima
persona. Come acutamente si chiede B. C. Smith: "Chi c’è
in terza persona?" [1996]. La linea di demarcazione tra
rigore o meno, non va tracciata fra analisi in prima e terza
persona ma va determinata piuttosto accertandosi si ci sia o
meno un preciso terreno metodologico che conduca a una
convalida in comune e a una conoscenza condivisa.
È
necessaria una pragmatica più sofisticata
Nel
complesso sono convinto che la neurofenomenologia costituisca
una soluzione naturale che ci permette di superare il
"problema difficile" nello studio della coscienza.
Questa soluzione non ha niente a che fare con qualche
"ingrediente in più" di tipo teorico o concettuale,
per usare il termine di Chalmers. Si tratta piuttosto di
riconoscere l’esistenza di una ignoranza pratica che può
essere sanata. E’ chiaro inoltre che una tale soluzione
possiede un potenziale rivoluzionario, come tutte le soluzioni
scientifiche che riformulano radicalmente un problema in
sospeso piuttosto che tentare di risolverlo all’interno del
suo contesto originario. In altre parole, invece di cercare di
trovare un "ingrediente in più" per spiegare come
la coscienza emerga dalla materia e dal cervello, la mia
proposta riformula il problema nei termini di un tentativo di
trovare delle connessioni significative tra due irriducibili
domini fenomenici. In questo senso specifico la
neurofenomenologia rappresenta una soluzione potenziale del
problema difficile perché getta una luce completamente
differente sul significato di "difficile".Mi rendo
conto di quanto sia penosamente insufficiente ciò che ho
detto finora e ciò che è disponibile bibliograficamente (a
parte i precoci tentativi di Ihde [1977], per ovviare a questa
carenza). Questa rappresenta sia un sintomo sia una causa
della relativa scarsità di contributi recenti sugli approcci
fenomenologici al problema della mente. Il lettore non può
essere biasimato se non è riuscito a farsi che una pallida
idea di ciò che intendo quando cerco di sottolineare l’importanza
del gesto di riduzione, che costituisce il nocciolo della
soluzione metodologica che sto proponendo. E’ sorprendente
quanto tale capacità di essere consapevoli sia stata
profondamente trascurata in quanto pratica umana; è come se
la capacità di movimento ritmico non avesse condotto a
nessuno sviluppo dell’educazione alla danza. Come si sono
resi conto da qualche tempo coloro che praticano le scienze
cognitive [Vermersch, 1994], e come è confermato dalla
tradizione centrata sulla presenza mentale di varie scuole
buddhiste [Varela, Thompson e Rosch, 1991], una riflessione di
ispirazione fenomenologica necessita di strategie per il
proprio sviluppo. Rispetto a questa relativa povertà di
elaborazione pragmatica posso solo dire che essa testimonia l’urgenza
di una strategia di ricerca che vada a compensare questa
enorme carenza. In un recente lavoro collettivo ho cercato di
offrire il mio contributo sulla pratica della riduzione e sul
suo insegnamento [Depraz, Varela e Vermersch, 1996].In
Occidente non c’è stato un pantheon molto ricco di
individui dotati rispetto all’abilità fenomenologica
(con notevoli eccezioni, come Husserl e James) e in grado di
imporre all’attenzione della comunità i risultati delle
proprie ricerche; di conseguenza questo percorso di indagine
può suonare estraneo a molti lettori. Ma ciò che voglio
dimostrare è che proprio questa assenza è alla base dell’oscurità
della coscienza per la scienza contemporanea. Ciò di cui
abbiamo bisogno sono proprio le "strutture che
connettono" frutto della riduzione fenomenologica,
poiché, se da una parte per l’esperienza esse sono
immediatamente pertinenti (grazie alla loro natura
intrinseca), nello stesso tempo esse sono sufficientemente
intersoggettive da servire come controparti costruttive per l’analisi
esterna.
Una
codeterminazione neurofenomenologica
Case
studies
In questa
terza parte vorrei delineare alcuni settori dell’esperienza
e della vita mentale al fine di illustrare cosa potrebbe
significare in pratica una codeterminazione
neurofenomenologica. E’ superfluo notare che questi case
studies non costituiscono una prova di ciò che sto
proponendo, né tantomeno precludendo l’esame dettagliato di
altri esempi più interessanti per il lettore. Inoltre in anni
recenti si è avuto un gran numero di differenti ricerche in
cui, pur rimanendo saldamente ancorati alla tradizione
scientifica della neuroscienza cognitiva, la parte dell’esperienza
vissuta è aumentata progressivamente di importanza fino al
punto da entrare irreversibilmente in scena al di là di ogni
specifico interesse per le analisi in prima persona [Picton e
Stuss, 1994].È ovvio che quanto più saranno sofisticati i
metodi di visualizzazione cerebrale disponibili, tanto più
avremo bisogno di soggetti dotati di una consolidata
esperienza nell’esecuzione di discriminazioni e descrizioni
fenomenologiche. Questo è certo un importante problema
filosofico, ma è anche una concreta necessità empirica e
pragmatica. Ecco di seguito una serie di casi illustrativi che
toccano sia problemi generali sia specifici.
1.
Problemi generali
L’attenzione può
essere considerata uno dei meccanismi fondamentali per la
coscienza [Posner, 1994]. In anni recenti le ricerche
elettroencefalografiche e più specificatamente quelle di
visualizzazione delle funzioni celebrali hanno portato all’identificazione
di reti e di percorsi in grado di fornire un terreno prezioso
per distinguere eventi cognitivi coscienti da quelli inconsci.
Si possono distinguere tre tipi di queste reti attenzionali che
comportano rispettivamente l’orientamento verso la
stimolazione sensoriale, l’attivazione degli schemi tratti
dalla memoria e il mantenimento dello stato di allerta. Questi
risultati indicano che i meccanismi attenzionali rappresentano
una particolare serie di processi cerebrali che non sono
localizzati in un ristretto numero di neuroni, ma che non sono
neppure identificabili con l’insieme del cervello in funzione.
Nello stesso tempo è chiaro che le distinzioni esperienziali
tra queste diverse forme di attenzione richiedono una precisa
indagine strutturale della varietà di modi in cui l’attenzione
si manifesta nell’esperienza. Uno studio sistematico delle
strutture e delle strategie dell’attenzione è ancora tutto da
affrontare. Ma come è possibile esplorare i meccanismi neurali
rilevanti per la coscienza senza che queste controparti
esperienziali possano essere sufficientemente discriminate,
riconosciute ed esercitate.
Coscienza del tempo presente. La temporalità
è inseparabile da qualunque esperienza, e questo a vari
orizzonti di durata, dall’attualità del momento presente al
lasso di tempo di una vita intera. Un livello di ricerca si
occupa appunto dell’esperienza del tempo immediato, quell’esperienza
del momento presente come tale che James (1890/1912) indicò con
la felice espressione del "presente capzioso". Questo
argomento è sempre stato un tema tradizionale delle ricerche
fenomenologiche, attraverso la descrizione di una basilare
struttura tripartita del presente con le sue costitutive
infiltrazioni negli orizzonti del passato e del futuro, le
cosiddette pretensioni e ritenzioni [Husserl, 1996; MacInerney,
1991]. In realtà queste invarianti strutturali non sono
compatibili con la rappresentazione puntiforme continua del
tempo lineare che abbiamo ereditato dalla fisica. Viceversa essi
si riallacciano perfettamente a tutta una serie di risultati
della neuroscienza cognitiva per cui esiste un tempo minimo
necessario per l’emergenza di eventi neurali che si colleghino
a un evento cognitivo [Dennet e Kinsbourne, 1992]. Questa
struttura temporale non comprimibile può essere analizzata come
la manifestazione di un’integrazione neuronale a lungo raggio
nel cervello legata a una sincronia diffusa [Singer, 1993;
Varela, 1995]. Questo collegamento getta luce sulla natura delle
invarianti fenomenologiche attraverso una ricostruzione dinamica
che è alla loro base, fornendo così al processo di
sincronizzazione un tangibile contenuto esperienziale. Ho
sviluppato altrove più diffusamente questo caso di
determinazione neurofenomenologica [Varela, 1996].
Immagine
corporea e movimento volontario. La natura della volontà
come si manifesta nell’avvio di un’azione volontaria è
inseparabile dalla coscienza e dalla sua esazione. Studi recenti
mettono in risalto il ruolo dei correlati neurali che precedono
e preparano l’azione volontaria, nonché il ruolo dell’immaginazione
nell’esecuzione di un atto volontario [Libet, 1995; Jeannerod,
1994].D’altra
parte un’azione volontaria è preminentemente un’esperienza
vissuta, una questione ampiamente esaminata nella letteratura
fenomenologica – più specificatamente nel ruolo dell’incarnazione
come corpo vissuto (corps propre [Merleau-Ponty, 1945]) e
inoltre nella stretta relazione tra il corpo vissuto e il suo
mondo (Leibhaftigkeit). Il dolore, ad esempio, costituisce un
interessante "qualia" che rivela questa dimensione di
incarnazione nel modo più vivo, e il suo studio fenomenologico
ha prodotto intuizioni sorprendenti sia sull’immagine corporea
che sui suoi collegamenti ai correlati neurofisiologici [Leder,
1991]. Anche in questo caso un’analisi fenomenologica dell’azione
volontaria e dell’incarnazione corporea è stata finora
sviluppata solo in parte, pur essendo essenziale.
2.
Problemi
particolari
Il
completamento percettivo, com’è utilizzato nella scienza
della visione, comporta l’integrazione spontanea di un
percetto in modo tale che l’apparenza (ad esempio un contorno
visivo) si differenzi dal correlato fisico (ad esempio i margini
discontinui come nel caso dei famosi contorni illusori). Questi
problemi possono essere indagati anche a livello cellulare e
sollevano ulteriori problemi relativi alla discriminazione
esperenziale delle apparenze. Di fatto i dati neuronali sul
completamento percettivo sembrano accordarsi bene con ciò che
la riduzione fenomenologica ha accertato da vario tempo: c’è
una profonda differenza tra "vedere come", l’apparenza
visiva, e "vedere cosa", il giudizio visivo [Pessoa,
Thompson e Noë, 1996]. Questa conclusione è agli antipodi di
quella di Dennett [1991], per cui la coscienza è "tutte
parole e niente immagini". Esistono problemi che possono
essere risolti soltanto tramite una parallela convergenza tra le
analisi esterne e quelle in prima persona.
È
interessante il fatto che varie ricerche siano tornate a
prendere in considerazione alcuni tradizionali problemi
fenomenologici come la struttura bipartita del campo di
coscienza tra un centro e una periferia. Ciò deriva in gran
parte dall’eredità di William James, ma viene convalidato nei
protocolli di esame di un laboratorio moderno. In queste
ricerche l’obbiettivo da mettere a fuoco e l’esperienza
cruciale da esplorare sono rappresentati dalla sensazione di
"correttezza" (rightness), che consiste in una sorta
di complessiva integrazione cognitiva che a sua volta
rappresenta il livello di armonizzazione tra il contenuto
cosciente e il suo parallelo sottofondo inconscio (Mangan, 1993)
Emozione.
Gli ultimi anni hanno visto importanti progressi nella
comprensione dei correlati celebrali delle emozioni; la
separazione tra ragionamento ed emozioni sta rapidamente
scomparendo [Damasio, 1994; Davidson e Sutton, 1994]. L’evidenza
sperimentale sottolinea l’importanza di strutture specifiche
come l’amigdala, la lateralizzazione del processo e il ruolo
dell’eccitazione nella memoria emozionale. Ancora una volta,
questi studi sono basati completamente su protocolli verbali e,
a questo stadio di ricerca, il problema della competenza nella
discriminazione emozionale e nella struttura delle relazioni fra
stati d’animo, emozioni e ragionamento deve ormai essere
affrontato esplicitamente.La
menzione di questi case studies cerca di fornire un terreno
concreto di discussione ulteriore per la questione centrale del
programma neurofenomenologico che sto tentando di proporre. Da
un lato abbiamo una procedura che fa emergere dati con attributi
neurobiologici ben definiti. Dall’altro abbiamo una
descrizione fenomenologica che si collega direttamente alla
nostra esperienza vissuta. Per fare ulteriori progressi abbiamo
bisogno di tecniche e analisi molto sofisticate dal lato
scientifico, e di un sostanziale sviluppo dell’indagine
fenomenologica sugli obiettivi della ricerca stessa.
Bisogna aspettarsi
che l’elenco delle invarianti strutturali decisive per l’esperienza
umana cresca all’infinito?
Certo che no. Sono
convinto che l’orizzonte dei temi fondamentali possa verosimilmente
convergere verso un corpo di conoscenze ben integrate. Quando e con
che ritmo questo accadrà, dipende naturalmente dal passo con cui si
costituirà una comunità di ricercatori disposti a dedicarsi a questa
modalità di ricerca, si creeranno così ulteriori elementi di prova.
L’ipotesi di
lavoro
Tutto ciò mi
riporta al punto di partenza: solo se in un problema teniamo
debitamente conto, in modo rigoroso ed equilibrato, tanto dell’aspetto
esterno quanto di quello esperienziale, saremo in grado di fare un
passo avanti per superare il divario tra la mente biologica e la mente
esperienziale. Cercherò di essere più esplicito sulla mia
fondamentale ipotesi di lavoro per una "codeterminazione"
tra l’analisi
esteriore e quella fenomenologica:
|
Ipotesi di lavoro della neurofenomenologia
Le analisi fenomenologiche sulla struttura
dell’esperienza e le loro controparti nella scienza cognitiva
sono correlate fra loro attraverso vincoli reciproci |
Il punto chiave è che, sottolineando una
codeterminazione fra i due tipi di analisi, è possibile esplorarne i
collegamenti, le sfide, le intuizioni e le contraddizioni. Ciò
significa che entrambi i domini di fenomeni possiedono i medesimi
diritti di ottenere pieno rispetto e attenzione per la propria
specificità. È facile osservare come le analisi scientifiche gettano
luce sull’esperienza mentale, mentre la direzione inversa, dall’esperienza
alla scienza, viene sistematicamente ignorata. Che cosa possono
offrire la analisi fenomenologiche? Quanto meno due aspetti essenziali
del quadro più generale. Anzitutto, senza di loro la qualità di
prima mano dell’esperienza svanisce, o diventa un misterioso enigma.
In secondo luogo le analisi strutturali forniscono dei vincoli alle
osservazioni empiriche. Lo studio dell’esperienza non rappresenta
una comoda sosta sulla strada di una spiegazione concreta, ma un’attiva
partecipazione, a pieno titolo, a quest’ultima. Naturalmente in
questo programma di ricerca, come in ogni altro degno di questo nome,
lentamente si accumula un certo tipo di prove, mentre altri aspetti
restano più oscuri e difficili da comprendere. I case studies
menzionati prima richiedono naturalmente uno sviluppo radicale, ma io
spero sia chiaro come, sui vari problemi generali e specifici, si
cominci a creare una prospettiva "stereoscopica" nel momento
in cui l’esperienza e la scienza cognitiva instaurano una
collaborazione attiva.
Questa esigenza di una rigorosa codeterminazione
fenomenologica rappresenta un obiettivo più preciso e ambizioso sia
"dell’equilibrio riflessivo" proposto da Flanagan [1992],
sia della "proiezione consapevole" auspicata da Velmans
[1996]. Nonostante vi sia una certa affinità con le intenzioni della
mia proposta, costoro non propongono esplicitamente alcuna base
metodologica nuova o esplicita per promuovere tali intenzioni. Si
tratta comunque di un progresso rispetto a Searle, che insiste sul
fatto che si deve assumere un atteggiamento naturalistico e sul fatto
che la coscienza è "ovviamente" una proprietà emergente.
Anche perché di tale naturalismo non c’è traccia nel suo libro:
non c’è neanche una riga che parli esplicitamente di un qualche
meccanismo, per cui il suo naturalismo resta lettera morta. Il nucleo
fondamentale dell’ipotesi che propongo è quello di fornire una
direzione precisa del fare ricerca nella scienza cognitiva in modo che
la fisiologia del cervello e l’esperienza mentale abbiano la stessa
importanza. Così, per esempio, un meccanismo di integrazione
cerebrale su larga scala come la sincronia neurale durante il ritmo
gamma dovrebbe essere confermato anche sulla base della sua capacità
di fornire una comprensione delle analisi in prima persona di
contenuti mentali come la durata. I problemi empirici devono essere
guidati dall’evidenza in prima persona. Questo duplice vincolo non
dovrebbe comunque essere applicato a descrizioni che non hanno una
diretta rilevanza a livello dell’esperienza, ad esempio a reazioni
cellulari o alla propagazione di un neurotrasmettitore. La richiesta di appropriati livelli di descrizione
tra gli eventi cerebrali e il comportamento non è certo nuova ne
controversa, se facciamo eccezione dei riduzionisti radicali. La
novità della mia proposta risiede nel fatto che rigorose analisi in
prima persona dovrebbero costituire un elemento integrante della
conferma di un’ipotesi neurobiologica, e non essere considerate
semplicemente come coincidenze o informazioni di tipo euristico.
Ecco perché preferisco descrivere la situazione
attraverso l’ipotesi che entrambe la analisi costituiscano un mutuo
vincolo l’una per l’altra. Mi si potrebbe obiettare che questa non
è altro che una versione più sanguigna (o quanto meno un
isomorfismo) della ben nota teoria dell’identità fra l’esperienza
e le analisi della neuroscienza cognitiva. Non è così, poiché io
sostengo che le correlazioni sono tutte da stabilire attraverso una
ricerca metodologicamente coerente delle invarianti esperienziali, e
non semplicemente come una questione di impegno filosofico o di
assunto fisicalista.
Ancora una volta voglio ripetere che si tratta di
un problema pragmatico e dell’apprendimento di una metodologia, e
non di un’argomentazione a priori o di una presa di posizione
eminentemente teorica.
Per contrasto, una tesi più convenzionale sulla
psico-identità è invece all’opera nella struttura di un
ragionamento che Pessoa, Thompson e Noë [1996] chiamano, seguendo
D.Teller, proposizioni di collegamento (linking propositions). Si
tratta di proposizioni del tipo:
assomiglia a
=>
spiega ,
in cui
denota termini neurofisiologici e
termini fenomenici, e dove l’operatore
di implicazione ha valore condizionale: se l’evento empirico
"assomiglia" all’evento fenomenico, allora quest’ultimo
è spiegato dal primo.
Un ottimo esempio è fornito dall’entusiasmo di
Crick quando esamina l’associazione dei correlati di un singolo
neurone con il subitaneo scatto nell’esperienza durante la visione
binoculare di figure rivali [Leopold e Logothetis, [1996], che egli
interpreta come una spiegazione di questa forma di coscienza visiva.
Ponti di questo tipo non sono soddisfacenti, perché lasciano il
problema insoluto. E poi resta ancora da risolvere la natura della
freccia: come questa unità neurali siano connesse al resto dell’attività
cerebrale, come acquisiscano il loro senso, e soprattutto che cosa, in
loro, le trasformi in un evento esperienziale. Ci troviamo di nuovo
punto capo con il problema difficile del tutto irrisolto. Quello che
è differente nella strategia di ricerca proposta dalla
neurofenomenologia è che questi ponti non sono del tipo
"assomiglia a", ma sono costruiti tramite vincoli reciproci
e vengono confermati da entrambi i domini fenomenici, entro i quali i
termini fenomenici si presentano come termini precisi e direttamente
collegati all’esperienza attraverso un’analisi rigorosa (e cioè
riduzione, invarianza e comunicazione intersoggetiva). Questa ipotesi
di lavoro ha dei punti di contatto con la nozione di "coerenza
strutturale" proposta da Chalmers come uno dei tre principi
fondamentali sulla struttura della coscienza. Infatti "proprio
perché le proprietà strutturali della coscienza sono accessibili e
comunicabili, tali proprietà saranno direttamente rappresentate nella
struttura della coscienza" [1995, p. 213]. Dal mio punto di vista
ciò è sostanzialmente corretto, ma così formulato è fatalmente
incompleto almeno rispetto a due problemi chiave già sollevati.
Primo, questa struttura dell’esperienza ha bisogno di un metodo di
indagine e di conferma, e non è affatto sufficiente limitarsi a
sostenere che noi siamo in grado di lavorare sulla struttura della
consapevolezza. Secondo, il principio di Chalmers non ha alcuna
rilevanza ontologica, poiché gioca un ruolo nella coerenza
strutturale grazie ai suoi contenuti intuitivi, e così mantiene viva
la sua connessione diretta con l’esperienza umana, invece di
relegarla nell’astrazione.Tutta la differenza sta qui: un’analisi
intellettuale coerente della mente e della coscienza si ottiene solo
quando il polo esperienziale entra direttamente nella formulazione
dell’analisi nel suo complesso, con un riferimento diretto alla
natura della nostra esperienza vissuta. La "difficoltà" e l’enigma
si trasformano in un programma di ricerca aperto alla loro
esplorazione con un metodo senza pregiudizi in cui la struttura dell’esperienza
umana gioca un ruolo centrale nella spiegazione scientifica.
Ciò che non funziona in tutte le analisi
funzionaliste non è certo il tipo di coerenza esplicativa, ma la loro
distanza dalla vita umana. Solo il rientro in campo della vita umana
potrà superare questo difetto, e non certo qualche "ingrediente
in più" o qualche "aggiustamento teorico" profondo.
Allo stesso modo non coglierebbe il punto che si aspetta che l’approccio
neurofenomenologico possa fornire delle intuizioni completamente nuove
sui meccanismi empirici (Ma in fin dei conti col tuo metodo cosa
aggiungi alla scienza cognitiva che già non sappiamo?").
Certamente l’approccio della riduzione fenomenologica fornisce idee
interessanti sulla struttura (come per i casi della temporalità e del
completamento percettivo), ma la sua forza principale consiste nel
fatto di riuscire a farlo in un modo che renda riconoscibile la nostra
esperienza. Non ho dubbi che questo scatto di secondo ordine sarà la
cosa più difficile da apprezzare per gli studiosi di persistente
inclinazione funzionalista.
In conclusione
La coscienza: il problema difficile o una bomba a
orologeria?
Praticamente fin dai suoi inizi la scienza
cognitiva si è rimessa a un insieme molto preciso di idee chiave e di
metafore che può essere chiamato rappresentalismo, per cui il tratto
centrale è dato dalla distinzione interno/esterno: un esterno (un
mondo totalmente delineato) rappresentato all’interno grazie all’azione
di complessi apparati percettivi. In anni recenti si è avuto un lento
ma decisivo cambiamento verso un orizzonte alternativo, che ho difeso
e appoggiato per molti anni [vedi Varela, 1979; Varela, Thompson e
Rosch, 1991]. Questo orientamento è diverso dal rappresentazionalismo
perché tratta la mente e il mondo come realtà che si sovrappongono
reciprocamente, da cui la denominazione qualificante di scienza
cognitiva incarnata, situata o generativa (enactive).
Non è possibile riassumere in questa sede lo stato
attuale della scienza cognitiva incarnata, ma questa proposta relativa
allo studio della coscienza si allinea con quelle idee di più vasta
portata. Sembra ormai ineludibile far avanzare la tendenza verso l’incarnazione
nella direzione di una considerazione di principio dell’incarnazione
come esperienza vissuta. Nel nostro libro [Varela, Thompson e Rosch,
1991] abbiamo messo in luce fin dal principio la circolarità
intrinseca della scienza cognitiva, per cui lo studio di un fenomeno
mentale è sempre quello di una persona che fa esperienza. Abbiamo
sostenuto che la scienza cognitiva non può sottrarsi a questa
circolarità, e che deve invece farne tesoro, coltivandola. Ci siamo
ispirati in maniera esplicita alle tradizioni orientali, e al
buddhismo in particolare, come manifestazioni viventi di una
fenomenologia attiva e rigorosa. L’intenzione del nostro libro non
era quella di attardarsi sulle tradizioni orientali in sé ma di
usarle come uno specchio a distanza di ciò che è necessario
coltivare nella nostra scienza e nella tradizione occidentale. L’attuale proposta porta un passo più in là
ciò che era stato iniziato in quel libro, concentrandosi sul problema
chiave della metodologia. Spero di aver convinto il lettore a prendere
atto che abbiamo davanti a noi la possibilità di una ricerca scevra
da pregiudizi, che stabilisca dei passaggi significativi tra l’esperienza
umana e la scienza cognitiva. Il prezzo, in ogni caso, è quello di
prendere sul serio le analisi in prima persona come validi domini di
fenomeni. E, al di là di questo, costruire una solida tradizione di
analisi fenomenologica che oggi è pressoché del tutto inesistente
nella scienza e nella cultura occidentale nel suo complesso. Bisogna
prendere sul serio la doppia sfida rappresentata dalla mia proposta.
Per prima cosa essa esige un ri- apprendimento e una padronanza delle
capacità di descrizione fenomenologica. Non c’è alcuna ragione per
cui ciò dovrebbe essere diverso dall’acquisizione di ogni
competenza, come imparare a suonare una strumento o a parlare una
nuova lingua.
|
La riscoperta
fenomenologica dell’empatia
E.
Stein e A. Schutz sono stati due dei più attivi ricercatori
sull’empatia (Einfϋhlung)
nei primi tempi della fenomenologia. Per un’ottima discussione
recente sugli sviluppi relativi alla trascendenza, all’empatia
e all’intersoggettività nella fenomenologia husserliana vedi
Depraz [1996], Abrams [1996] ci offre una rievocazione poetica
della stessa questione attraverso uno sguardo ambientalista.
Questa riscoperta fenomenologica dell’empatia può essere
illustrata per i nostri propositi in questa sede tramite una
serie di studi empirici paralleli, e cioè, più che attraverso
la riduzione fenomenologica stessa, facendo riferimento ai
correlati naturali dell’empatia che emergono dalla ricerca
scientifica. A mano a mano che gli studi sulla storia naturale
della mente continuano a progredire, diventa sempre più chiaro
che la solidarietà e l’empatia, come altre presunte funzioni
umane superiori, sono presenti in tutti i mammiferi superiori, e
sicuramente nei primati. Come de Waal [1996] sostiene in modo
convincente nel suo recente lavoro, le scimmie manifestano l’intero
spettro delle inclinazioni morali, e fin dalla più tenera età
sono in grado di mettersi al posto di un altro individuo, anche
in assenza di qualunque relazione di parentela. Così, fin dalle
nostre primordiali radici evolutive, il senso del sé va visto
più correttamente come una qualità olografica che non può
essere separata dall’esistenza molteplice distribuita degli
altri, che rappresentano la nostra ineludibile ecologia umana. |
Chiunque si impegni in un apprendimento, sia esso
musicale, linguistico o di pensiero, andrà ad approntare un
cambiamento nella vita quotidiana. Questo è ciò che rappresenta il
quarto requisito della riduzione fenomenologica: un apprendimento
costante e rigoroso implica una trasformazione, come avviene per ogni
attività portata avanti con costanza e determinazione.
Questo è accettabile se
rifiutiamo l’assunto
(cosa che io faccio) che esista un qualche tipo di modello ben
definito di ciò che debba essere considerata una esperienza reale e
normale: l’esperienza sembra essere intrinsecamente aperta e
flessibile, per cui non c’è alcuna contraddizione nel sostenere che
la pratica di apprendimento costante di una metodologia può rendere
disponibili aspetti dell’esperienza non raggiungibili in precedenza.
Il punto centrale della riduzione fenomenologica è quello di
superare, tra le altre, l’abitudine all’introspezione automatica,
e noi non dobbiamo preoccuparci tanto di ciò che possiamo perdere,
quanto di rivolgente il nostro interesse a ciò che possiamo imparare.
H. Dreyfus [1993] in una recensione un po’
critica del nostro libro ci rimproverava di enfatizzare la
trasformazione che accompagna l’apprendimento dell’osservazione
fenomenologica, per il fatto che proprio ciò interferisce con "l’esperienza
quotidiana". Questo sarebbe certamente un errore se si presumesse
di svelare uno "strato più profondo" tramite l’acquisizione
di
una qualche capacità, come la riduzione permanente o tramite una
pratica di presenza mentale/consapevolezza, il che non rappresenta
affatto la nostra posizione. Anche Dreyfus dovrebbe essere d’accordo
sul fatto che non esiste alcun punto di osservazione privilegiato il
grado di dirci cosa debba essere considerata come esperienza
"reale".
Dreyfus ha completamente frainteso il punto
fondamentale: la riduzione fenomenologica non "scopre"
qualche territorio oggettivo, ma produce piuttosto nuovi fenomeni all’interno
del dominio esperienziale, con uno schiudersi di molteplici
possibilità.
La seconda sfida lanciata dalla mia proposta è
quella dell’esigenza di trasformazione dello stile e dei valori
della stessa comunità dei ricercatori. Se non accettiamo il fatto
che, a questo stadio della nostra storia intellettuale e scientifica,
è necessaria una sorta di ri – apprendimento radicale, non possiamo
sperare di fare un passo avanti e spezzare la ciclicità storica di
fascinazione – rifiuto della coscienza nella filosofia della mente e
nella scienza cognitiva. La mia proposta implica che ogni bravo
studente di scienza cognitiva che sia anche interessato ai problemi a
livello dell’esperienza mentale, deve ineluttabilmente raggiungere
un alto grado di abilità nella ricerca fenomenologica per poter
lavorare seriamente con le analisi in prima persona. Ma questo
può verificarsi solo se l’intera
comunità dei ricercatori riesce a modificarsi (con un cambio di
atteggiamento in parallelo rispetto alle forme di argomentazione
accettabili, ai criteri di selezione dei contributi e alle politiche
editoriali delle principali riviste scientifiche) in modo tale che
questa competenza aggiuntiva diventi una dimensione essenziale per un
giovane ricercatore. Per l’inveterata tradizione della scienza
oggettivista tutto ciò suona come un anatema, e in effetti lo è. Ma
si tratta di un tradimento della scienza: è una sua necessaria
estensione e integrazione. La scienza e l’esperienza si vincolano e
si modificano a vicenda come in una danza. Ed è qui che giace il
potenziale per la trasformazione. E qui si trova anche la chiave degli
ostacoli che questa posizione ha trovato all’interno della comunità
scientifica, poiché ci chiede di abbandonare una certa immagine di
come si fa scienza, e di mettere in discussione uno stile di
addestramento scientifico che è una parte importante della
costruzione della nostra identità.
In breve: di che cosa si tratta
Lasciate che concluda riassumendo le questioni
principali che ho sollevato in questa risposta al "problema
difficile" della coscienza, basata su una proposta precisa per
porvi rimedio.
L’argomentazione
-
In linea col punto fondamentale di Chalmers, io
considero l’esperienza vissuta in prima persona come un
particolare campo di fenomeni, irriducibile a qualsiasi altra
cosa. Il mio assunto è che nessuna sistematizzazione teorica né
qualche "ingrediente in più" in natura siano in grado
di colmare tale divario.
-
Piuttosto, questo campo di fenomeni esige una
pragmatica specifica e un metodo rigoroso per la sua elaborazione
e analisi.
-
I criteri di orientamento di tale metodo si
ispirano allo stile di indagine delle fenomenologia, con l’obbiettivo
di arrivare a costituire un’estesa comunità di ricercatori e un
programma di ricerca.
-
Tale programma ricerca articolazioni
reciprocamente vincolanti tra il campo di fenomeni rivelato dall’esperienza
e il correlato campo di fenomeni costituito dalle scienze
cognitive. Ho denominato questo punto di vista neurofenomenologia.
Le conseguenze
-
Senza un radicale sviluppo dello stile di
lavoro nella tradizione scientifica e senza l’affermarsi
di un programma di ricerca secondo queste prospettive, l’enigma
sul posto occupato dall’esperienza nella scienza e nel
mondo continuerà a riemergere, o per essere rimosso, o
per essere ogni volta dichiarato troppo difficile allo
stadio delle conoscenze.
-
La natura di
ciò che è "difficile" risulta così ristrutturata
in due sensi:
1) è difficile sviluppare e consolidare nuovi metodi per
esplorare l’esperienza;
2) è difficile modificare le abitudini della comunità
scientifica e farle
accettare l'indispensabilità
di disporre di nuovi strumenti per la trasformazione di cosa
significhi condurre ricerche sulla
mente, e per l'addestramento delle nuove generazioni.
Note
1. Il
"problema difficile" (the hard problem) negli
studi sulla coscienza cui programmaticamente accenna Varela
sin dal titolo è quello sollevato da David Chalmers nel suo
The Conscious Mind [1996] e nell’articolo che ha
innescato il dibattito sul Journal of Cosciousness
Studies, da cui citiamo il brano seguente per presentare
a titolo esemplificativo i termini della questione: "In
realtà il problema più difficile (the hard problem) della
coscienza è il problema dell’esperienza. Quando
noi pensiamo o percepiamo c’è un’enorme attività di
elaborazione dell’informazione, ma c’è anche un aspetto
soggettivo. Per dirla come Nagel, si prova qualcosa a
essere un organismo cosciente. Questo aspetto soggettivo è
l’esperienza" [Chalmers, 1995, p. 201].
[torna al testo]
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