Verso un Ecologia della Comunicazione -
Discorsi Viventi e Discorsi Morenti in 'Psicoterapia'

di
Vincent Kenny

 
 
 

 

In questo capitolo cercherò di sviluppare una distinzione tra due importanti maniere di fare conversazione che possono essere utilizzate in una rete di comunicazione. La prima la chiamerò Discorso Vivente, la seconda la chiamerò Discorso Morente. Per definire ‘Morente’ opposto a ‘Vivente’, mi avvalgo delle idee di Bateson, Illich, Maturana ed altri autori, soprattutto per descrivere gli effetti diversi che si verificano nel vivere, per un prolungato periodo di tempo, nell’una o nell’altra forma di conversazione. Per dirla in breve, le reti a Discorso Morente, si identificano con il linguaggio avvilente e consumistico della manipolazione reciproca tra le persone, mentre il Discorso Vivente si trova nelle reti connotate dal mettere al primo posto la tendenza verso la reciproca comprensione. Il dilemma della maggior parte dei terapisti è evidenziato dal fatto che essi non dimostrano di essere granché utili nel liberare le reti familiari di conversazione dalle forme avvilenti del loro Discorso Morente. E questo dipende dal fatto che anch’essi sono invischiati nella stessa rete, di valori mercificati, attualmente diffusa nella società. Essi, invece, possono sentirsi (essere) utili nella misura in cui sono capaci di contribuire a creare nuovi Discorsi Viventi con i loro ‘im-pazienti’ individuali o familiari.

 

PARTE 1 - INTRODUZIONE - CONVERSAZIONI & LIMITI

'Metalogo : Perché le cose hanno contorni?'
1. Il Controllo invece della Partecipazione
2. Essere prevedibile e meccanico anzichè essere spontaneo e capace di improvvisare
3. Essere manipolativo opposto ad essere presente e socialmente autentico
__1. Essere controllato e controllante invece di essere attivamente partecipativo
__2. Essere prevedibile e meccanico invece di essere spontaneo e capace di improvvisare
__3. Essere manipolativo invece di essere presente e socialmente autentico

PARTE 2 – VIVERE NELLE RETI A DISCORSO MORENTE

Reti a Discorso Morente
Definire la rete a Discorso Morente -
(1). La prima caratteristica di una rete a Discorso Morente è l’uso di un linguaggio imposto.
(2). La seconda caratteristica del Discorso Morente è la creazione di uno stato di abuso (ovvero: l’impossibilità dell’umana soddisfazione )
Formare connessioni nelle reti di conversazioni
'Che posso dire?'
(3) La terza caratteristica del Discorso Morente è l’organizzazione del potere e dell’obbedienza
L’organizzazione del potere nelle reti a Discorso Morente

PARTE 3 – VERSO UN’ECOLOGIA DELLE CONVERSAZIONI CHE TRASFORMANO

L’auto–organizzazione decentrata delle conversazioni di auto–guarigione

REFERENZE

 

 

PARTE 1 - INTRODUZIONE - CONVERSAZIONI & LIMITI

'Metalogo : Perché le cose hanno contorni?'

Figlia: Che intendi dicendo che una conversazione ha dei contorni? Questa conversazione ha avuto un contorno?
Padre: Oh si, sicuramente. Ma non possiamo vederlo perché la conversazione non è ancora finita. Non puoi mai vederlo mentre sei all’interno, perché se potessi vederlo, tu saresti prevedibile, come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi due assieme saremmo prevedibili.
Figlia: ma non capisco. Dici che è importante essere chiari sulle cose. E ti arrabbi con le persone che confondono i contorni. E inoltre pensiamo che sia meglio essere imprevedibili, e non come le macchine. E dici che non possiamo vedere i contorni della nostra conversazione sino a che non sia finita. Allora non ha importanza se siamo chiari o no. Perché non possiamo fare nulla a riguardo?
Padre: Si, lo so, e io stesso non lo capisco…. Ma, in ogni caso, chi è che a voglia di fare qualcosa a riguardo ?
(p. 32 - Bateson, G. -1972 - Steps to an Ecology of Mind. New York: Ballantine)

Ho preso da Bateson questo Metalogo, come punto di partenza, dato che contiene parecchi ingredienti e indicazioni per comprendere se le conversazioni siano ambienti salubri o malsani per coloro che vi partecipano. Gli ingredienti principali contenuti nel pezzo citato sono i seguenti:

1. Il Controllo invece della Partecipazione

Figlia: Che intendi dicendo che una conversazione ha dei contorni? Questa conversazione ha avuto un contorno?

Padre: Oh si, sicuramente. Ma non possiamo vederlo perché la conversazione non è ancora finita. Non puoi mai vederlo mentre sei all’interno, perché se potessi vederlo, tu saresti prevedibile, come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi due assieme saremmo prevedibili.

Dire che la conversazione ‘ha un contorno’ significa dire che ha la coerenza di un sistema organizzativamente chiuso. Il processo comunicativo acquisisce una ‘chiusura’ che implica la specificazione di un ‘limite’ o ‘contorno’ che distingue il contenuto e il contesto della conversazione da tutte le altre conversazioni. Nel far ciò i partecipanti si collocano all’ ‘interno’ di questo contorno, separati dai non-partecipanti alla specifica rete di conversazione. Intendo definire una tale situazione come ‘chiusura comunicativa’. Uno dei problemi della chiusura comunicativa è che, quando arriva troppo presto o troppo perentoriamente, essa porta a una conclusione scontata della creatività dei partecipanti. Il loro potenziale congiunto per la creazione di novità, viene bloccato.

Il ‘contorno di conversazione’ a cui Bateson si riferisce nel brano citato, è un tratto essenziale (o un indicatore) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un impegno aperto e dinamico tra le persone è impossibile percepire i contorni perché essi sono generati momento per momento dalle interazioni tra i partecipanti. Invece, in una conversazione chiusa e prevenuta, mirata al controllo intenzionale (delle persone e dei risultati), i contorni sembrano tutti troppo chiari e prevedibili, come una costrittiva e opprimente presenza canalizzante che esclude il contributo ‘personale’.

2. Essere prevedibile e meccanico anzichè essere spontaneo e capace di improvvisare -

Figlia: ma non capisco. Dici che è importante essere chiari sulle cose. E ti arrabbi con le persone che confondono i contorni. E inoltre pensiamo che sia meglio essere imprevedibili, e non come le macchine. E dici che non possiamo vedere i contorni della nostra conversazione sino a che non sia finita. Allora non ha importanza se siamo chiari o no. Perché non possiamo fare nulla a riguardo ?

Più è opprimente la presenza di un contorno predeterminato nella conversazione, più la conversazione tende a controllare e a prevedere le persone e gli eventi. Questo si osserva spesso nelle discussioni basate sulla recriminazione e l’ attribuzione di colpe. E’ la forma comunicativa che ricorre più spesso in parecchie aziende commerciali. D’altro canto, in assenza di un contorno definito e in presenza di esortazione ad una partecipazione attiva, notiamo l’emergere di un alto livello di improvvisazione genuina e spontanea in chi partecipa alla conversazione. Ciò si può vedere nelle organizzazioni che spingono all’incremento della ‘democraticità’ e della ‘partecipazione’ in maniera appropriata.

3. Essere manipolativo opposto ad essere presente e socialmente autentico

Padre : Si, lo so, e io stesso non lo capisco…. Ma, in ogni caso, chi è che ha voglia di fare qualcosa a riguardo ?

Quest’ultimo commento di Bateson esprime uno dei valori più significativi del suo punto di vista, il valore di essere presenti e disponibili con gli altri, nelle interazioni comunicative aperte, curando, quindi, l’elaborazione di una autentica relazionalità sociale, invece di assumere una posizione unilaterale e manipolativa verso gli altri .

Queste tre dimensioni appena abbozzate ci aiutano a cominciare a definire le due forme di conversazione che chiamo Discorsi Viventi e Discorsi Morenti.

1. Essere controllante invece di essere attivamente partecipativo

2. Essere prevedibile e meccanico invece di essere spontaneo e capace di improvvisare

3. Essere manipolativo invece di essere presente e socialmente autentico

Nelle parti che seguono elaborerò queste dimensioni aggiungendo qualche altro costrutto esplicativo.

1. Essere controllato e controllante invece di essere attivamente partecipativo

In questo contesto le attività delle reti sono descritte o come capaci di partecipare apertamente (e non essere capaci o non avere l’obbligo di vedere dove sono i limiti, i confini e i contorni della conversazione) oppure impegnate nel tentativo di ‘dirigere’, preventivamente, le possibili direzioni della conversazione, i limiti, i confini ecc., con l’intento deliberato di arrivare ad una destinazione prestabilita. Ciò è tipico delle forme manipolative di conversazione nelle organizzazioni commerciali, che abbondano di reti a Discorso Morente e che riducono i partecipanti al ruolo di componenti ottuse ed alienate delle conversazioni meccaniche che si svolgono intorno a loro. L’ambiente in cui vivono è un ambiente di Discorsi Morenti e questo li conduce ad uno stato comatoso. Il concetto di ‘libertà di espressione individuale’ è completamente alieno alle reti a Discorso Morente. Come esempio di ciò si può citare il divieto imposto ai dipendenti della Coca Cola di pronunciare la parola Pepsi. Infatti, il vice presidente della Coca Cola (Sergio Zyman), è stato punito dal presidente per aver bevuto la Pepsi! Uno dei risultati di questo tipo di oppressione da Discorso Morente è che il sistema è strutturalmente rigido e non adatto alle circostanze che cambiano.

'Negli anni 70, la Coca Cola era una società in crisi. Nel 1979, l’età media del gruppo dirigente era di 70 anni, e solo uno dei 14 direttori era sotto i 50. Robert Woodruff divenne presidente della Coca Cola nel 1923 e stava ancora al suo posto negli anni 70. Non vedeva molte ragioni per cambiare. Questo stoicismo è stato un classico esempio di successo che genera fallimento o che, quanto meno, ne diviene un ingrediente .… É per cercare di mantenere tradizioni, cultura e stabilità che questa azienda entrò in crisi. (Mills & Murgatroyd, 1991, p. 176).

In una rete di relazioni aperta e salutare (a partecipazione costruttiva) non si vedono i contorni sino a che la conversazione non sia finita. Nelle reti malsane ognuno, di solito, sa quello che non bisogna ‘realmente dire’ sull’argomento, oppure sa esattamente quello che l’altro si aspetta di sentire, e sa pure che qualcun altro ha già deciso ‘come stanno le cose e come devono andare’. Ciò produce l’effetto di paralizzare e porre in stato comatoso le persone che vi sono rimaste invischiate.

2. Essere prevedibile e meccanico invece di essere spontaneo e capace di improvvisare.

All’interno del Discorso Vivente ogni persona è invitata ad improvvisare il suo contributo alla discussione indipendentemente dalla piega che essa prenda. Se non sappiamo quello che sta per succedere, nemmeno che direzione prenda la discussione, dobbiamo prestare attenzione momento per momento e concepire i nostri contributi a seconda di come le cose evolvano tra tutti i partecipanti. Nei Discorsi Morenti si verifica il contrario: non è concesso alcuno spazio per l’improvvisazione, ogni cosa detta è già risaputa, decisa e definita, e i ruoli del parlare sono distribuiti in maniera ampiamente prevedibile. Chi parlerà, cosa sarà detto, la piega che la conversazione prenderà ecc., sono tutti eventi prevedibili. Ciò crea l’effetto di demoralizzare e rendere alienate le persone invischiate.

3. Essere manipolativo invece di essere presente e socialmente autentico -

nel contesto del Discorso Vivente ogni persona è incoraggiata ad essere attenta e ‘presente’ completamente, nonché aperta a transazioni caratterizzate da una genuina relazione sociale. Tutti i partecipanti hanno una relazione di reciprocità (con-formano, in-formano, de-formano e ri-formano) con gli altri in quanto componenti della stessa rete di conversazione. Al contrario, le persone nelle reti a Discorso Morente sono spinte ad essere reciprocamente manipolative e ricattatorie nel trattarsi come ‘macchina banale’, per dirla con von Foerster. Questo ha l’effetto di cancellare ogni valore umano quando ci si incontra in questo tipo di reti, compresi i valori dell’attenzione reciproca, della reciproca accettazione del reciproco rispetto. Ciò che è veramente cancellato è il senso di reciprocità che è apprezzato dall’essere umano nelle reti che permettono relazioni sociali autentiche. Senza ‘reciprocità’ non c’è alcun modo per le relazioni umane di evolversi in direzione dell’autenticità, della sincerità , dell’onestà e della fiducia. Più il linguaggio che usiamo nelle nostre reti viene imposto (dai poteri economici, dallo stato, ecc.) più è probabile che ci troviamo a riprodurre una rete a Discorso Morente che esclude la nostra crescita comune come esseri umani in relazione tra loro. Tutto ciò si vede con chiarezza nel linguaggio imposto al consumatore nella cultura occidentale, un linguaggio che invade tutti i livelli e le istituzioni della società, con l’effetto di distanziare le persone dai loro valori essenziali. I tre punti che stabiliscono la diversità tra Discorsi Viventi e Discorsi Morenti, possono essere letti come tre fasi orientative iniziali per condurre i due differenti tipi di conversazione. Partendo dal primo punto o fase (cioè la fase 1 del Discorso Vivente dell’essere ‘Attivamente Partecipanti’ e la fase 1 del Discorso Morente dell’essere ‘Controllanti'), possiamo spostarci dalla fase 1 alla fase 3 osservando, così, il progredire delle due forme di conversazione. La tabella seguente può chiarire meglio la questione:


Progressione del Discorso Morente -
Fase 1 Fase 2 Fase 3 Fase 4
Prevedibile/Meccanico Controllato / Controllante Manipolativo

Nel peggiore dei casi :
Ostilità Ricattatoria


Progressione del Discorso Vivente -
Fase 1 Fase 2 Fase 3 Fase 4
Spontaneo / Capace di improvvisare Attivamente partecipante Relazioni sociali autentiche Migliore dei casi:
Agevolare la partecipazione di gruppo

In ogni caso, nella fase 1 le persone si orientano in un atteggiamento minimo verso il Discorso Vivente o Morente, e possono o rimanere nella fase 1 o ‘progredire’ verso le altre fasi, aumentando il livello di apertura o chiusura nello sperimentare e contribuire in entrambe le forme di conversazione. In altre parole ‘Vita’ e ‘Morte’ aumentano nelle reti di conversazione nel procedere dalla fase 1 sino alla 3 e oltre.

 

PARTE 2 – VIVERE NELLE RETI A DISCORSO MORENTE

In quanto esseri umani presenti in molte reti differenti, ognuno di noi sa chiaramente di quali reti preferisce far parte e, viceversa, quelle che preferisce evitare. La nostra naturale predisposizione ci porta ad aver chiarezza su quelle reti che sono a Discorso Morente (spesso al lavoro e spesso nella nostra famiglia d’origine dove i ruoli e le battute si ripetono sino alla nausea) e quelle che sono a Discorso Vivente (come i giri di amicizie che preferiamo cercare, le famiglie di certi amici, ecc.).

Se ancora non è chiaro perché le reti a Discorso Vivente siano preferibili a quelle a Discorso Morente, approfondirò ancora un po’ la questione.

Reti a Discorso Morente

Vivere nelle reti a Discorso Morente per troppo tempo è un’esperienza che crea danni. Tutti coloro che cercano aiuto nella psicoterapia, che sia individuale o di gruppo, sono individui che stanno troppo tempo incastrati dentro una rete a Discorso Morente, e forse vivono esclusivamente, sia al lavoro che in casa, in quel genere di rete.

A questo punto devo introdurre due condizioni: in primo luogo è essenziale per il terapista capire la differenza tra una rete a Discorso Morente e una a Discorso Vivente e come distinguerle; in secondo luogo, il terapista non può aiutare la maggior parte dei suoi clienti senza comprendere in che modo lui stesso, in quanto ‘terapista’ arrivi a costituire un’altra rete a Discorso Morente per i suoi clienti in terapia. Per questo è importante capire come generare alternative alle reti a Discorso Morente nelle quali lui e il suo cliente sono invischiati.

Le lamentele più comuni che ascolto dai terapisti che ho in supervisione sono : a)che non sanno quale prossima mossa devono fare con le famiglie che hanno in terapia; b) che si sentono essi stessi intrappolati, annoiati e disorientati dalle conversazioni terapeutiche che vanno avanti seduta dopo seduta.

Entrambe queste sensazioni evidenziate dai terapisti, sono sintomi che ha chi è intrappolato in una rete a Discorso Morente, cioè sentirsi privo della forza di fare qualcosa (anche se si sa come farla) e sentirsi annoiato, disinteressato, abbattuto ed estraneo a quello che succede.

Definire la rete a Discorso Morente -

(1). La prima caratteristica di una rete a Discorso Morente è l’uso di un linguaggio imposto.

‘Discorso Morente’ è quel modo di parlare basato sull’orientamento interpersonale ad usare un linguaggio assegnato ai partecipanti dall’esterno del loro sistema autonomo. Di ciò vi sono esempi storici nelle varie manifestazioni del colonialismo, dove una lingua straniera veniva imposta con la forza con l’intenzione di cancellare le tradizioni linguistiche originarie delle popolazioni sottomesse. Questo creava, come minimo, una perturbazione e un disorientamento della cultura preesistente.

Al giorno d’oggi, il fenomeno si osserva facilmente nel diktat del ‘mercato globale’ che ha colonizzato la maggior parte del mondo abitato, imponendo il suo linguaggio di produzione e consumo. All’interno di questo linguaggio inventato e imposto, i valori del ‘consumo’, della ‘produzione’ della ‘soddisfazione del cliente’, dell’efficienza, ecc., vengono messi brutalmente al di sopra dell’intera gamma delle esperienze ed interazioni umane.

Un sistema di comunicazione configurato come consumistico, di per sé, obbliga chi vi partecipa ad interpretare gli altri e sé stessi come ‘fornitori di clienti’ per i servizi offerti da qualcun altro.

Illich (1980) così descrive una tale condizione -
'Perciò, in fondo, identifico una società mercificata dove i bisogni sono, in maniera crescente definiti in termini di beni confezionati e servizi progettati e prescritti da professionisti, che li fanno produrre sotto il loro controllo. Questa idea di società corrisponde all’immagine di una umanità composta da individui, ognuno dei quali è guidato da considerazioni di profitto marginale, l’immagine che è stata sviluppata da Mandeville, attraverso Smith e Marx, sino a Keynes e che Louis Dumont chiama homo economicus.’'

Possiamo utilizzare questa idea di Illich per descrivere un sistema di conversazione familiare organizzato con gli stessi principi: la ‘familia economica’, cioè un sistema familiare in cui i membri si configurano come consumatori individuali impegnati nello scambio di merci. ’Cosa hai fatto per me, oggi?’

Su una più ampia scala sociale, questo modello di ‘homo economicus’ era il ‘modello di gestione’ applicato alla salute e ai servizi sociali in Europa, durante gli ultimi 10 o 15 anni, ed è esattamente il modello attualmente applicato al sistema sanitario italiano, laddove le ‘Unità Sanitarie Locali’, sono divenute ‘Aziende Sanitarie Locali’, sottolineando che l’ospedale è diventato un ‘business’ e i membri del suo staff ‘managers’, i malati ‘clienti’, ecc. Tuttavia, come sa chiunque lavori nei servizi sanitari, cambiarsi semplicemente il titolo professionale per diventare ‘manager’ o ‘dirigente’ e non far altro per cambiare il contesto in cui si offre il proprio servizio ai ‘clienti’, ha solo l’effetto di lasciare le cose peggio di come stavano.

Duemila anni fa, questa tattica di rinominare semplicemente la stessa vetusta realtà fu definita da Confucio la ‘rettifica dei nomi’ .

Il libro di David Smail ‘The origins of unhappiness’ [Origini dell’infelicità, ndt] contiene un agghiacciante resoconto di questa procedura applicata alla ‘gestione moderna’ dei servizi sanitari britannici negli anni 80. Di seguito riporto alcuni brani in cui si nota come il gergo dialettale di quelli che lavoravano (negli ospedali, ecc.) fosse sistematicamente colonizzato e distrutto, per essere sostituito con il ‘nuovo linguaggio manageriale’.

"Ad ognuno che non fosse escluso dall’attività lavorativa, costretto a cambiare ruolo lavorativo o reparto, fu insegnato il nuovo linguaggio dell’efficienza e dell’efficacia, del controllo di qualità, valutazione e gestione del tempo…. ‘
‘La sublime fiducia in cui la gerarchia aziendale impose il suo linguaggio corrotto degli ‘indicatori di prestazione’ , ‘Qualità Totale’ , e così via, su persone che avevano, per tutta la vita, parlato, seppure acriticamente, un infinitamente più etico linguaggio sfumato, le lasciò completamente squilibrate concettualmente’…
‘I prigionieri della ‘mediocrazia’ aziendale combattevano così ( spesso con sorprendente docilità e buona volontà) per costringere la pregressa inarticolata complessità della loro esperienza entro le forme linguistiche imposte dall’iperbolica banalità dell’ ‘Affarese’. Per un enigmatica ragione sembravano inconsapevoli che invece di avere in offerta una ‘maniera completamente nuova’ di ‘sviluppare le loro capacità manageriali’, o che altro fosse, erano, di fatto, derubati dei loro strumenti linguistici per esprimere la violenza che veniva commessa contro la loro capacità di comprensione’….
'…il modo di vita prescritto all’interno della ‘mediocrazia’ aziendale consisteva nell’uso e consumo di euforia, e chiunque provasse ad impegnarsi in un altro tipo di attività, o a parlare un linguaggio più morbido o misurato era in pericolo di ritrovarsi oltre i confini del mondo reale'…
Il linguaggio ottimale delle società a Discorso Morente è quello dei consumatori di merci. Ad ogni persona viene venduta la fantasia di essere un ‘individuo a parte’ privo di lealtà verso qualsiasi altra cosa diversa dall’incessante consumo di ‘beni’ . Ci si guarda l’un con l’altro non attraverso i tradizionali valori umani del ‘vivere assieme’ ma come anelli di una catena di consumo fatta di interazioni fornitore-cliente. Ognuno, nella famiglia, è visto dall’altro in termini di questo modello. Una persona fornisce il ‘prodotto’ necessario per le necessità di consumo dei suoi ‘clienti’. Se non è in grado di fornire alcun ‘prodotto’ diviene essa stessa materia prima dello ‘scambio’, stabilisce, cioè, con gli altri componenti, un rapporto di ‘cannibalismo psicologico’ .

Ogni cosa che la famiglia fa assieme può ritrovarsi all’interno di questo modello. Smail descrive la condizione disperata della famiglia in questi termini:

'Possono apparire persone svuotate della loro umanità, che recitano fantasie di sonnambuli delle quali sono stati imbevuti sin da bambini. Naturalmente, non sono assolutamente privi di umanità. Sono, come tutti gli altri, esseri umani soggetti ai dolori e alle preoccupazioni che sono comuni agli esseri umani. La difficoltà è che non hanno imparato il modo di dare espressione ed elaborare l’umanità che incarnano, al di fuori di quella costruita e pubblicizzata dagli interessi commerciali del Business. '

Questo è il linguaggio a cui mi riferivo, precedentemente, nei termini del terzo argomento del Metalogo definito ‘Essere manipolativo opposto ad essere presente e socialmente autentico’. É un modo di trattare gli altri come ‘macchinette’ e nient’altro. Le conversazioni familiari che aprono una discussione del tipo ‘a che cosa servi’ sono quel tipo di conversazione che si esprime nel linguaggio della ‘merce disponibile’, del ‘prodotto vendibile’, del ‘ talento da vendere’. Di fatto, le persone conversano veramente in termini di quanto siano ‘vendibili’ sul mercato del lavoro. La ‘crisi del disoccupato’ si crea, in buona parte, con l’uso di questo linguaggio del trovare un ‘valore’ per l’essere umano solo in termini di quanto sia ‘commerciabile’ sul mercato del lavoro. Mi domando se gli schiavi dell’antica Roma, ai loro tempi, avessero questo tipo di preoccupazione.

Dagli scritti di David Smail, appare chiaro che la famiglia come ‘sistema di consumo’ si sia bene affermata. I bambini nascono dentro un tipo di linguaggio mirato al consumo e al consumatore. Le possibilità di trovare il tempo e le opportunità di sviluppare un linguaggio alternativo nel sistema familiare, sembrano piuttosto esigue. Il linguaggio del consumismo è totalmente consumante. Cancella tutte le altre forme di relazione interattiva ed esclude lo sviluppo di un sistema comunicativo basato su valori diversi, quali la reciprocità negli impegni, nel conforto e nelle attenzioni. Per citare ancora Smail-

'La logica finale del Business è, quindi, di ridurre la media dei membri della classe dei consumatori alla dipendenza verso il mercato massificato, incatenandoli, attraverso il sistema nervoso all’interno di un ciclo ottimale di consumazione reso immune alle distrazioni non redditizie, e dissociandoli da ogni forma di solidarietà che possa opporre resistenza al funzionamento del piacere. La visione è senza dubbio apocalittica, ma negli anni 80 è prossima a verificarsi.’

Quello che quindi sto dicendo, è che il sistema comunicativo descritto come consumistico già costringe i suoi membri ad un modo di interpretarsi in termini di ‘fornitore-cliente’ per i servizi di qualcun altro.

Questo è ciò che Maturana chiama ‘sistema parasociale’, poiché esso è basato su relazioni di reciproco uso ed abuso, e non è basato sui valori della coesistenza e sulla possibilità di influire sugli eventi e generare cambiamenti.

In un mio lavoro precedente ho sottolineato che:

'L’inevitabile conseguenza di pensare agli altri come a ‘macchinette’ è la scarsa importanza attribuita alla personalità individuale degli altri componenti del sistema. Analogamente, i loro desideri individuali, le loro intenzioni e i loro bisogni per essere soddisfatti o realizzati, hanno scarso rilievo.

Che tipo di sistema vivente stiamo descrivendo, ora? La sua caratteristica centrale è che rende gli altri partecipanti come ‘vittime sfruttate’ o, quantomeno, ‘recipienti passivi’. Più un sistema umano agisce in modo unilaterale e autocratico, più i suoi membri divengono ‘pazienti inerti’. Le caratteristiche personali sono ignorate, violate, o attivamente rinnegate. '

(2). La seconda caratteristica del Discorso Morente è la creazione di uno stato di abuso (ovvero: l’impossibilità dell’umana soddisfazione )

La rete a Discorso Morente opera come se le persone dovessero far parte di una rete e di nessun altra. Non c’è spazio lasciato libero per un altro genere di conversazione.’ Nella rete familiare mi sento come senza un corpo, senza oggetti, senza nessuno’

Come abbiamo visto nella prima parte, ’Discorso Morente’ è quel modo di parlare e ascoltare che contiene molte ridondanze (date per scontate) e che è, perciò altamente prevedibile nei contenuti, nei possibili sviluppi e nei risultati. È il tipo di conversazione della quale, dopo che è cominciata, possiamo vedere i limiti e della quale possiamo prevedere l’andamento e la noiosa, scontata conclusione.

È il tipo di conversazione che parla di sé stessa attraverso il nostro corpo, e noi non abbiamo niente da ‘dire’ riguardo ad essa. Siamo utilizzati come ‘connessione’ vivente in una rete di conversazione, per dar luogo ad una ‘posizione parlante’ stabilita che è associata e connessa ad altre ‘connessioni’ che parlano nella stessa rete. L’ ‘importanza’ di ogni persona è definita solo in termini del suo personificare o meno una connessione nella rete di connessioni che compone il sistema familiare o lavorativo. Non c’è nessun altra ‘importanza’.

Formare connessioni nelle reti di conversazioni.

Questa è l’esperienza che ognuno di noi vive. Tuttavia, nelle persone che vengono ritenute portatrici di ‘seri problemi personali’, è chiaro che hanno (o hanno avuto) il compito di mantenere una determinata connessione in una rete di conversazione (di solito un sistema familiare) che, per il fatto stesso di essere costituito come connessione, esclude la possibilità che la persona possa essere libera di costruire connessioni alternative nella stessa rete, così come non gli è nemmeno concesso di costituire altre connessioni in altre reti. Il corpo della persona si è super specializzato in un unico compito. La sua personalità si è evoluta nella sua posizione nodale in ciò che Maturana chiama deriva strutturale coontogenica verso il punto in cui si sono prodotte le adesioni fatali al nodo in questione.

Perciò, io definisco i ‘seri problemi personali’ come qualcosa che si trova in uno stato di ‘adesione’ al nodo particolare che ‘ospita’ la nostra persona, al punto di essere ridotta ad un’entità allonoma. (così Varela, 1979, definisce l’opposto di entità autonoma )

Per essere qualcuno, dobbiamo essere legittimi partecipanti ad una rete di conversazione. Per far ciò dobbiamo, di solito, cominciare, diventando qualcuno nella nostra rete familiare. In altre parole, ‘occupare’ una specifica posizione nodale all’interno dell’intera rete di conversazione familiare.

Crescendo all’interno della rete di nodi della nostra famiglia, di solito sviluppiamo le nostre capacità anche in altre reti che si trovano all’esterno, per esempio nella rete dei compagni di scuola, nel vicinato, nel tempo libero e nello sport, con gli amici di famiglia, ecc. L’adolescenza è il periodo in cui, la struttura delle reti esterne di conversazione (per es., quella dei nostri coetanei) ci porta in conflitto con i genitori, che percepiscono l’incompatibilità delle nostre attività ‘esterne’ come una minaccia alla futura stabilità della rete familiare. In questo periodo, di solito, il sistema familiare passa attraverso una serie di cambiamenti che, a diversi livelli, rinnova o trasforma il linguaggio dei giochi familiari.

Tuttavia, quando noi non ci impegniamo nell’ulteriore elaborazione di come ricostruire in modo diverso il sistema comunicativo, corriamo il rischio di scivolare verso la posizione dell’adesione allonoma, che è incapace di farci distaccare dal solo ed unico nodo della rete all’interno del quale abbiamo trovato ragione di esistere. Ecco cosa è per me una rete a Discorso Morente. La persona non esiste al di fuori del singolo ruolo di essere il costituente di un singolo nodo della rete familiare di conversazione. La maggior parte di coloro che lavorano nelle fabbriche, nelle industrie, nella burocrazia, ecc., sono esattamente in questa posizione. Sono schiavi dell’unica posizione che gli viene offerta, e di fatto sono chiamati ‘schiavi della busta paga’. Non c’è a disposizione granché, in quanto a ‘umana soddisfazione’, nel dover stare, in maniera immutabile, nella posizione stabilita del nodo.

'Che posso dire?'

Quando una persona così descritta ‘si sottopone’ (o viene ‘sottoposta’) alla psicoterapia è ovvio che può riferirsi al contesto della terapia solo entro i termini descrittivi del suo essere un nodo costituente del sistema familiare. Niente di significativo può essere detto, pensato o fatto, al di fuori di quel ruolo persistente. Questo dopo tutte le sue lamentele: ‘non valgo nulla, non ho nulla, non sono nessuno, fuori dalla mia prigione familiare; e persino dentro la mia famiglia mi sento senza corpo, senza niente, senza identità’.

Dal suo punto di vista il terapista, può riferirsi all’impaziente utilizzando il suo linguaggio professionale, o utilizzando il linguaggio dell’impaziente, se crede di dover provare a parlare lo stesso linguaggio. In tali condizioni è molto difficile vedere emergere qualcosa di diverso da un Discorso Morente. La questione dell’impossibilità di umana soddisfazione nelle reti familiari si può ricondurre al secondo punto del metalogo chiamato ‘Essere prevedibile e meccanico opposto a Essere spontaneo e capace di improvvisare’.

Come abbiamo appena visto, la forma del Discorso Morente previene qualsiasi partecipazione spontanea dei suoi membri costituenti che vada oltre al rappresentare fisicamente il nodo loro assegnato in maniera obbligata e definita. Non sono permesse elaborazioni ‘personali’.

Il sistema familiare può essere visto come lo strumento di produzione e conservazione di un discorso statico. I suoi membri sono legati assieme, come connessioni stabilite nella rete e sono costretti a recitare in una determinata maniera (che può anche sembrare strana a chi sta all’esterno)

Sheridan, commentando le opere di Focault dice:

'Il soggetto è visto come la fonte vivente che anima, con la sua espressione, le forme vuote, altrimenti morte, del linguaggio…Il discorso deve essere concepito come una violenza che facciamo alle cose o, quantomeno, come una pratica ad esse imposta in cui gli eventi del discorso trovano regolarità.' (pp. 127-8)

Presumibilmente la violenza che facciamo alle cose comprende la violenza a noi stessi in quanto vittime di un tale discorso.

Passerò adesso a trattare il prossimo argomento che riguarda il principale criterio del Metalogo di Bateson citato all’inizio, e cioè ,'Essere controllante anziché partecipare attivamente'

(3) La terza caratteristica del Discorso Morente è l’organizzazione del potere e dell’obbedienza.

All’interno delle reti a Discorso Morente il terzo ingrediente è quello che spinge alla crescita del potere attraverso ciò che Bateson chiama l’applicazione della ‘intenzionalità cosciente’ Egli commenta:

'quella mera razionalità intenzionale non sostenuta da fenomeni come l’arte, la religione, i sogni, e simili, è inevitabilmente patogena e distruttrice di vita. E questa sua virulenza scaturisce specificamente dal fatto che la vita dipende da circuiti interconnessi di influenza, mentre la coscienza può vedere, di tali circuiti solo il breve segmento che l’intenzione umana può permettersi di dirigere.….

Senza aiuto, la coscienza deve sempre tendere all’odio; non solo perché fa parte del senso comune sterminare il prossimo, ma per la ragione più profonda che, vedendo solo segmenti di circuiti, l’individuo è continuamente sorpreso e, conseguentemente, irritato, quando le sue scelte ottuse gli rivoltano contro e lo tormentano.' (Bateson, Steps, p.146)

Questo è un sistema dove il potere è spinto a controllare gli individui che occupano nodi assegnati nella rete, in maniera tale che la soddisfazione viene definita da relazioni di obbedienza acritica al discorso della rete e alla sua riproduzione.

L’organizzazione del potere nelle reti a Discorso Morente

Ricordiamo il punto di vista di Maturana sul potere quando egli dice:

'Il potere è azione mossa dall’obbedienza. Noi facciamo sempre concessioni al potere per conservare qualcosa, imprese, beni, prestigio, apparenza, vita…. L’obbedienza fa sempre sorgere emozioni di autosvalutazione nelle persone che obbediscono… Essere obbedito fa sorgere emozioni di orgoglio e illusione di possesso del diritto trascendentale di essere obbedito, emozioni che inevitabilmente conducono alla cecità del rispetto degli altri e all’abuso…. Le relazioni di potere non sono relazioni sociali perché, sempre, portano alla negazione mutuale della natura umana del padrone e del sottoposto. …. Le relazioni di potere sono stabilite dall’obbedienza e, come ho già detto, l’obbedienza non porta all’accettazione reciproca. Al contrario, l’obbedienza porta reciproca negazione ed è pertinente a un sistema di potere in quanto sistema parasociale, non ad un sistema sociale. ' pp.98-99.

Ivan Illich, nel tracciare il momento di transizione in cui le persone sono derubate delle loro forme dialettali (Forme di Discorso Vivente), prende l’esempio della macchinazione di Nebrija (nel 1492) per convincere Isabella di Spagna ad imporre una lingua spagnola standardizzata alla popolazione, mettendo, quindi, sotto il controllo statale ‘i discorsi sfrenati e ingovernabili con i quali la gente vive veramente la propria vita’. In altre parole, suggeriva la creazione di un monopolio di stato su quello che era stato precedentemente fuori controllo. Illich commenta -

'Nebrija chiaramente mostrava la via per prevenire lo sviluppo libero e anarchico delle tecnologie di stampa , e come esattamente trasformarle nello strumento, che si stava sviluppando, del controllo burocratico dello stato....

Ciò mostra come il primo moderno esperto linguistico suggerisce alla Corona il modo di creare, al di fuori del parlare e del vivere della gente, strumenti che convenivano allo stato e ai suoi scopi…Il nuovo stato toglie le parole alla gente e le trasforma in un linguaggio standardizzato che, successivamente, sarà d’uso obbligatorio, per qualsiasi livello di istruzione che ognuno abbia, istituzionalmente , ricevuto. Da quel momento, la gente dovrà aver fede nel linguaggio ricevuto dall’alto, piuttosto che sviluppare una lingua in comune fra tutti. Il passaggio dal dialetto ad una lingua madre ufficialmente insegnata, è forse il più significativo, e perciò meno studiato, degli eventi che si verificano in una società mercificata.'

Ecco l’esempio di come lo stato, deliberatamente, agisce per controllare e manipolare il suo popolo attraverso l’imposizione di una forma di ‘lingua standard’ e l’eliminazione delle energie autonome idiosincratiche delle espressioni dialettali. In altre parole, è la descrizione del tentativo di stabilire forme di Discorso Morente ed eliminare le reti a Discorso Vivente, che, per definizione, tendono a porsi fuori controllo.

L’effetto di un linguaggio istituzionale imposto (come nell’esempio sopracitato dell’essere ‘una merce vivente’) ci intralcia nel raggiungere una intimità comunicativa autenticamente idiosincratica all’interno del nostro sistema familiare di conversazione. O meglio, il tipo di intimità che si può ottenere è più simile a qualcosa di auto manipolativo: mostra, cioè, i sintomi delle reti a Discorso Morente.

Lo schema seguente aiuterà a riassumere i principali argomenti delle parti 1 e 2 di questo capitolo.

Tabella di riepilogo dei punti principali del Metalogo di Bateson

  Tre punti del metalogo di Bateson
  punto 1

Controllo
anziché
Partecipazione

punto 2

Meccanicità
anziché
Spontaneità

punto 3

Manipolativo
anziché
Autentico

 
Caratteristiche delle reti
a Discorso Morente
POTERE
OBBEDIENZA
CONTROLLO
PREVENZIONE
Condizioni di Abuso
Persone considerate Robots
Forma linguistica
di Consumo
di Ricatto
di Manipolazione
Fenomeni evidenti Intenzionalità cosciente Oppressione Relazioni Parasociali

Forme di Relazione
Implicate

SCHIAVO -
PADRONE
'INGRANAGGIO’ -
MACCHINA
FORNITORE -
CLIENTE
 
Caratteristiche delle reti a Discorso Vivente PARTECIPAZIONE
CRESCITA
AUTONOMIA
DISPONIBILITA’
COOPERAZIONE
Condizioni di umana
soddisfazione
Persone considerate
spontaneamente creative
Forme linguistiche
di Coevoluzione
di Relazioni autentiche
di Unione mutuale
di Crescita Positiva
di Cooperazione
Fenomeni evidenti Spontaneità e coinvolgimento Responsabilità Personale Influenza reciproca
Forme di Relazione implicato Relazioni di eguaglianza Relazioni di creatività congiunta Relazioni di reciprocità

PARTE 3 – VERSO UN’ECOLOGIA DELLE CONVERSAZIONI CHE TRASFORMANO

La tabella appena mostrata, descrive per sommi capi gli ingredienti minimi che generano una conversazione che punta ad una rete a Discorso Vivente. Possiamo notare che le relazioni tra i partecipanti sono basate su principi di uguaglianza nell’interazione, che implicano la comunanza creativa e si fondano sulla nozione di reciprocità. Una simile rete di relazioni, è il contesto in cui è più facile portare avanti un alto livello di coinvolgimento spontaneo dei partecipanti, che vengono preparati ad esporsi e ad assumere responsabilità per tutto ciò che stanno facendo assieme, tutti aperti (a vari livelli) al loro flusso multidirezionale di influenza reciproca.

Sono reti di conversazione caratterizzate da una crescente cultura della partecipazione, comunanza, coevoluzione, e reciproca fiducia. Ed in questa cultura ritroviamo molte situazioni importanti per sperimentare significative soddisfazioni personali e interpersonali.

A questo punto è necessario proclamare la necessità di liberarci da un sacco di vecchi bagagli ideologici che i ‘terapisti’ di molte scuole diverse ancora si portano appresso.

Il primo e più ovvio bagaglio da buttare via è il linguaggio ‘professionale’, specialmente parole come ‘terapista’, paziente’, ‘cliente’, ‘terapia’, psicoterapia’, ecc. Nessuno di questi termini ha importanza, per quelle persone che scoprono di aver bisogno di aiuto nel riorganizzare la loro vita e reinterpretare le loro esperienze. Questi termini hanno a che fare con i giochetti dei più vecchi ‘professionisti’ in combriccola tra loro, e vengono giocati da diversi gruppi di interesse che, in linguaggio corrente, sono riuniti sotto il titolo di ‘psicoterapisti’. In quanto tali, ricadono nel dominio del linguaggio mercificato e delle attività di auto tutela di psicologi, psichiatri e tutti gli altri che fanno, soprattutto i propri interessi. I termini ‘psico’ e ‘terapia’ sono come due navi che passano nella notte. Non c’è nessuna terapia che possa essere ‘applicata’ a qualsiasi cosa che sia ‘psico’.

Quello che serve nella situazione in cui le persone credono di aver ‘bisogno di una mano’ per rivedere, cambiare e reinterpretare le loro esperienze, è un dominio nel quale esse siano libere di sperimentare assieme in una maniera che generi novità. Il dominio in questione deve essere una rete di conversazione, e questa rete deve essere caratterizzata dalle proprietà che ho prima descritto come tipiche delle reti a Discorso Vivente.

In questo i ‘terapisti’ (chiamiamoli supervisori della comunicazione) sono anch’essi stati plasmati dallo stesso linguaggio sociale dei loro ‘pazienti’ (chiamiamoli ‘impazienti’ o ‘querelanti’, che finché non sviluppano abbastanza ‘impazienza’ per la loro posizione nodale prestabilita non potranno mai cambiare niente). Sino a quando il supervisore alla comunicazione NON cerca di sviluppare un linguaggio alternativo (decisamente diverso dal linguaggio dello status quo con la sua sfacciata amoralità e la bassezza dei valori che vedono le persone come ‘clienti’ ), non può sperare di vedere le cose in maniera diversa da quella con cui le vedono i loro impazienti. Questi supervisori della comunicazione non possono aiutare molto i loro impazienti a liberarsi dalle loro auto – logoranti trappole comunicative. I supervisori possono persino non vedere queste trappole, fino a che ci stanno dentro pure loro.

Allora se la ‘terapia’ (chiamiamola ‘prassi comunicativa per il cambiamento’ o più semplicemente ‘conversazioni che trasformano’ ) deve avere qualche utilità, essa deve essere tesa a cambiare le reti di conversazione, il modo di parlare in cui le persone e i loro problemi si configurano, come un problema nel modo di parlare.

Da quello che abbiamo visto, allora, è chiaro che il dominio di una tale prassi comunicativa è quello dove la conversazione è veramente fuori del controllo. E’ fuori controllo in quanto all’interno di ogni conversazione noi siamo incapaci di vedere i limiti di quanto possa, complessivamente, avvenire; i partecipanti sono attivi, spontanei e altamente coinvolti; sono preparati a compiere passi in avanti e far esperimenti assieme; sono capaci di trovare nuove basi per sviluppare fiducia e collaborazione; trovano le opportunità di modificare le loro interazioni all’interno di nuovi modelli che cambiano le cose per chiunque ne sia coinvolto; sono capaci di sperimentare con soddisfazione il loro senso personale di valore nelle relazioni e nei progetti comuni. In questa nuova prospettiva mutualità, consensualità e uguaglianza, prendono il sopravvento sui principi dannosi del potere autoritario, della gerarchia e del controllo.

‘Forse l’immagine migliore per questa prassi di supervisione comunicativa è quella del sistema ‘in fermento’ descritto da Kevin Kelly (1994).

'Una rete in fermento presenta un’infinità di lati ed è perciò aperta da qualsiasi parte vi si entri. La rete è, veramente, l’organizzazione meno strutturata tra quelle che, si considerano avere una struttura. E’ capace di infiniti riassetti e di crescita in ogni direzione senza cambiare la sua forma basilare, che non ha, in realtà, una forma esteriore. …
Esistono molte varietà di topologie in continuo fermento , ma l’unica organizzazione che possiede un’autentica pluralità di forme è la grande rete. Infatti, una pluralità di componenti autenticamente divergenti possono restare coerenti solo in una rete. Nessun altra combinazione, catena, piramide, albero, circolo, centro, può contenere vere differenze che lavorano come un tutt’uno. Ecco perché rete è quasi sinonimo di democrazia.'
[Kevin Kelly, p.34]

È anche per questo che preferisco usare il termine ’rete’ per descrivere le reti di conversazione. È l’immagine di un divenire in fermento imprevedibile verso nuove caratteristiche. Come si vive in queste reti in continuo fluire? L’esperienza ce l’abbiamo già, dato che questo è come noi viviamo. I problemi sorgono quando ci sentiamo obbligati a pensare alla nostra esperienza nelle reti come se vivessimo nel mondo brutale delle gerarchie di controllo, nelle dittature, nelle relazioni oppresso – oppressore, nella burocrazia, nei ‘dettami religiosi’, ecc.

L’auto–organizzazione decentrata delle conversazioni di auto–guarigione

Per creare reti a Discorso Vivente, la cosa essenziale è essere capaci di dar vita ad un nuovo spazio psicologico per la coesistenza. Questo genere di ecologia comunicativa è caratterizzata dalle immagini dell’Essere in Fermento, Decentrare, Non controllare, Espandere, Non dirigere, Fluire, ed è una Forma di Movimento che è anche Auto Organizzativa. Ha le qualità di essere Aperta, Capace di improvvisare, Partecipativa, Relazionale, Democratica, Polifonica, Imprevedibile e Generativa.

Le conversazioni devono essere comprese ad un livello sovraindividuale, come sistemi di terz’ordine di forme organizzative che forniscono un modello e una direzionalità agli ‘individui’ all’interno dei processi sociali collettivi. Perciò l’idea di due individui (‘terapista’ e ‘paziente’) seduti assieme in una stanza e impegnati in una ‘psicoterapia’, è un’idea illusoria, fuorviante e semplicemente priva di senso.

Cosi, le conversazioni che trasformano devono avere natura improvvisata. Devono contenere ingredienti che facciano i conti con l’Imprevedibile; del non essere capaci di vedere in lontananza; del non essere capaci di ‘prevedere’ il pericolo; di non essere capaci di agire con prudenza (controllare o dirigere), avere quel tipo di ‘attenzione’ che crediamo di garantire professionalmente o possedere il tipo di ‘cura’ o ‘premura’ che crediamo essere in una relazione ‘paziente-terapista’. Neppure possiamo fornire alcun tipo di ‘divina disponibilità o presenza’ (non siamo Esperti, Simili-A-Dio o Guru ), né possiamo rendere disponibili ‘risorse’ che il cliente non ha.

In altre parole, nessuna delle abituali aspettative di ‘pazienti’ e ‘terapisti’ rispetto alla solitamente fantasticata ‘relazione terapeutica’ si può avverare, o, qualora si realizzi, non può essere utile o efficace in quanto non può innescare reali cambiamenti.


Traduzione di Enzo Minissi


REFERENZE

Gregory Bateson (1972). Steps to an Ecology of Mind. Ballantine Books: New York., p.146

Michel Foucault (1971). L'Ordre du Discours. Gallimard : Paris.

Ivan Illich (1980). Vernacular Values. The CoEvolution Quarterly, Summer, pp.22 - 49.

George Kelly (1955). The Psychology of Personal Constructs. 2 Vols. Norton : New York.

Kevin Kelly (1994). Out of Control: The New Biology of Machines. Fourth Estate: London.

Humberto Maturana (1989 ). H. R. Maturana , speaking in interview with Marianne Krull, "Basic Concepts of the Theory of Autopoietic Systems", Systemic Studies ,Vol. 1, 1989, pp. 79-104.

A.J. Mills & S.J. Murgatroyd (1991). Organizational Rules. OUP.

Alan Sheridan (1980). Michel Foucault: The Will to Truth. London: Tavistock.

David Smail (1993) The Origins of Unhappiness Harper Collins. See Chapter 4 - Case Study: the 1980s

H. von Foerster (1984). Observing Systems. Intersystems Publications, Seaside, CA, 2nd. Edition.

Francisco Varela (1979). Principles of Biological Autonomy. North Holland, New York and Oxford.

 

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