1. SINTESI
L'accelerazione dei cambiamenti nelle attività economiche e nell'ambiente in
senso lato, assieme al cambiamento della natura dei cambiamenti, ai quali le organizzazioni d'impresa debbono
adattarsi, sta ponendo molte di esse in una situazione di minaccioso disequilibrio vissuto ovviamente, con ansietà e
paura. La sensazione di perdere il controllo su quanto accade nell'ambiente, e addirittura sulle stesse dinamiche
interne delle organizzazioni provoca, nei direttori, una ricerca disperata di soluzioni per adeguare le vecchie
filosofie organizzative e di management, le quali, tuttavia, mostrano con sempre maggior precisione la propria
obsolescenza. Anzichè tentare di perpetuare il vecchio paradigma basato sull’enfatizzare la stabilità, in un mondo
obiettivo essenzialmente immutabile, attraverso continui e successivi tentativi di "stuccare" le pericolose
crepe che di volta in volta appaiono nell'edificio, l'approccio del costruttivismo sistemico offre, allo stesso tempo,
sia un nuovo paradigma di cambiamento e fluttuazioni in un mondo ad incertezza crescente, sia un modo di lavorare
dentro di esso.
Questo scritto discute alcune delle scelte che si pongono a coloro che non hanno
ancora deciso di accettare il Caos come modus vivendi.
2. INTRODUZIONE
L'attuale pubblicistica manageriale riflette con crescente evidenza il crollo
delle filosofie organizzative tradizionali di fronte ai mutamenti impetuosi e, a volte, caotici che percorrono le
diverse comunità sociali. Titoli e autori quali "OUT OF THE CRISIS" (DEMING, 1986), "THE AGE OF
UNREASON (HANDY, 1989), "THE CHANGE MASTERS" (KANTER, 1988) "THRIVING ON CHAOS (PETERS, 1987) ed altri,
forniscono tuttavia un riassunto popolare, e, in fin dei conti, semplicistico, dei problemi posti dal cambiamento senza
fornire, di contro, alcuna riflessione sul fatto che a mutare è prima di tutto la stessa modalità del cambiamento. In
genere, gli scrittori di management non dicono nulla sulle epistemologie alternative scaturite, per necessità,
dall'invalidazione del vecchio paradigma. Le imprese sono ben consapevoli del problema di come sopravvivere in questa
nuova era dell'inatteso, dell'incertezza, dell'ansietà. Le difficoltà di vivere col cambiamento sono enormemente
accresciute dal tentativo di farlo nell'ambito di una teoria del mondo fondata sulla stabilità e sulle ricorrenze
prevedibili. La confusione e l'incertezza che si sperimentano è pari a quella che si prova nell'accorgersi, in un
campeggio durante il quale la propria tenda ha preso fuoco, di essere corsi al fiume per raccogliere acqua ... con un
colino! Un modo, assai poco funzionale di raccogliere l'acqua che scorre.
Il metodo ed i fenomeni si sorpassano l'un l'altro come navi nella notte. Come
ha osservato Wittgenstein in un altro contesto "L'esistenza del metodo sperimentale ci fa credere che abbiamo i
mezzi per risolvere i problemi che ci angustiano; benchè problema e metodo si sorpassino a vicenda" (1958). I
mezzi che abbiamo usato fino ad ora per risolvere i problemi diventano sempre meno pertinenti. Questo è uno dei punti
focali dell'approccio alternativo del costruttivismo sistemico, quello, cioè di ripensare e ricostruire l'intera
questione del problem-solving. Nella concezione costruttivista-sistemica, il sapere come si può risolvere un problema
non è così importante quanto, in primo luogo, il sapere come una comunità di osservatori porta alla luce ( ossia
compie le operazioni di distinzione che portano alla luce) cio' che viene chiamato "un problema". Al centro
del nostro interesse non vi è, pertanto, qualche banale "cassetta dei ferri" da aprire ogni volta che,
dietro l'angolo, troviamo un "problema" che sta li' ad aspettarci per essere risolto. I problemi non esistono
come entità separata dell'esistenza di ciascuno, come se, autonomamente, ci stessero tendendo un agguato per
intrappolarci.
Al contrario, l'esistenza dei problemi, così come le soluzioni, dipendono dalla
organizzazione-costruita di cui noi siamo parte. In modo specifico, la loro esistenza trae origine dalla "economia
dei discorsi" che formano l'organizzazione del sistema aziendale, alla cui costruzione tutti i suoi managers più
importanti hanno contribuito.
Questa " economia dei discorsi" emerge da numerose reti
conversazionali interagenti. Incastonati in tali discorsi vi sono regole, convenzioni ed accordi consensuali che
prescrivono il modo in cui i membri della comunità di osservatori debbono inventare e riprodurre le loro realtà
preferenziali e, come conseguenza implicita, la necessaria definizione di quello che puo' costituire "un
problema" per quella specifica organizzazione. Come vedremo tra poco, i "problemi" in ogni sistema sono
definiti dalla struttura del sistema stesso. In breve, tutti i sistemi sono determinati dalla (propria) struttura,
sono, cioè, auto-determinati.
Per comprendere le differenze tra il costruttivismo sistemico ed altre teorie, dobbiamo riferirci ai tre assunti
teorici che lo sorreggono. Il resto di questo articolo darà una breve descrizione delle nozioni di :
1) Chiusura organizzativa
2) Determinismo strutturale
3) Alternativismo costruttivo
Chiusura organizzativa è un'affermazione sulla auto-produzione, senza
riferimento ad un qualsiasi mondo "esterno". Determinismo strutturale è un'affermazione
sull'auto-orientamento attuato attraverso compensazioni strutturali a perturbazioni generate da un esterno.
Alternativismo costruttivo è un affermazione che si riferisce all'auto-ricostruzione, in seguito a processi di
cambiamento nelle proprie tendenze strutturali e a cambiamenti per adattamento al proprio "medium".
Queste tre nozioni non rappresentano l'intera storia, ma una buona parte della
storia può essere spiegata tessendo attorno ad esse. Queste idee fondamentali coprono le dinamiche interne dei sistemi
e, assieme, le possibilità di loro adattamenti creativi ad un mondo in costante cambiamento.
1. CHIUSURA ORGANIZZATIVA
Secondo Varela (1979) ciascun sistema autonomo è organizzativamente chiuso,
cioè funziona come un reticolo chiuso di cambiamenti in relazione alle attività delle parti che lo costituiscono. Il
reticolo è tale che i processi di cambiamento sono ricorsivi e reciprocamente dipendenti gli uni dagli altri, cioè si
producono e riproducono reciprocamente, e non fanno riferimento ad altro al di fuori di sé stessi. Così, al centro di
ciascun sistema autonomo troviamo la circolarità di auto-produzione che costituisce il reticolo interdipendente, e
questo è ciò che si intende per organizzazione che si auto - computa. Per riconoscere un sistema come autonomo
dobbiamo aver identificato la sua chiusura organizzativa (reticolo ricorsivo di processi) con i suoi confini
specificati, e attraverso ciò possiamo crearlo come distinto in un dominio dell'esistenza.
Vale a dire, l'operazione di chiusura organizzativa del sistema ci fornisce i
criteri per riconoscerlo e distinguerlo nel suo proprio spazio caratteristico. In questo modo abbiamo l'immagine di un
sistema che si auto-organizza, senza inputs nè outputs, senza anelli di feedback dall'esterno, senza riferimento ad
altro che a se stesso. La rilevanza per la nozione di "stabilità" del sistema è sottolineata da VARELA
(1979), in termini di:
"coerenza o viabilità, intesa come la capacità di essere distinto in
qualche dominio ." (p. 56).
Una volta che un sistema è stabilito mediante la sua chiusura organizzativa,
esso nello stesso tempo specifica alcuni suoi aspetti cruciali di esistenza, e cioè:
1) la sua identità;
2) i suoi confini;
3) i criteri attraverso i quali altri possono distinguerlo in un dominio di
esistenza;
4) il dominio di interazioni nel quale esso può esistere senza perdita di
identità e di chiusura.
Con riferimento ad un'organizzazione imprenditoriale questi punti corrispondono
alla specificazione dell'INTERNO e dell'ESTERNO di un'impresa. I primi due collocano le dinamiche dell'organizzazione
dentro un confine, gli ultimi due descrivono il modo in cui il sistema potrà essere in relazione con il proprio
ambiente composto da clienti, concorrenti, canali.
L'ambiente, il medium in cui galleggia l'impresa, è in effetti il suo
"dominio cognitivo". Tutte le parti del medium sono specificate dalla chiusura organizzativa del sistema
autonomo aziendale. Una delle situazioni di limite o vincolo al cambiamento che molte imprese sperimentano è questa
particolare interconnesione tra l'identità dell'azienda (nucleo che si auto-specifica), il corso delle azioni
(accoppiamento adattivo) e la chiusura organizzativa. In altri termini, ciò significa che nell'ambito del ciclo
"chiusura - identità - azione", tutti i cambiamenti che si presentano debbono essere subordinati al
mantenimento dell'identità del sistema. Avendo questo in mente, si possono capire meglio le battaglie campali tra top
managers nei Consigli di Amministrazione, nel tentativo di dare priorità, in vari modi ad una parte di questo sistema
interconnesso, lasciandone fuori un'altra. Così, ascoltiamo, da un lato, aspre discussioni sull'ignorare le
concorrenze, sull'aprire nuovi canali di distribuzione, sulla comprensione di ciò che la clientela veramente vuole, e
dall'altro si sente la musica di contrappunto secondo cui bisognerebbe dare priorità alle strutture organizzative,
alla tecnologia disponibile al momento, agli sconquassi amministrativi, al logo ed alla storia dell'azienda. Queste
contrapposizioni si annullano nell'ambito della teoria del costruttivismo sistemico, in cui le apparenti polarizzazioni
sono viste come complementari e dove la sopravvivenza è definita come
La simultanea conservazione sia dell'organizzazione che dell'adattamento,
cioè del reticolo interno di coerenze e di interazioni viabili nella relazione strutturale col "medium".
L'autonomia del sistema non si manifesta soltanto attraverso
l'auto-specificazione, ma anche attraverso l'auto-definizione che, nella teoria di Maturana, comprende il
"determinismo strutturale".
2. STRUTTURA - DETERMINISMO
Se un sistema è descritto come organizzativamente chiuso, esso è anche visto
come strutturalmente aperto. Questo comunque non è un modo per ridurre l'autonomia operativa del sistema, poichè
qualsiasi cosa accada al sistema, essa è dettata dal modo in cui esso è formato, cioè dalle sue strutture. Maturana
e Varela (1987), nei loro lavori precisano che la scienza può affrontare ed indagare solo i sistemi strutturalmente
determinati, perchè se così non fosse il sistema oggetto dell'indagine sarebbe specificato da quello che gli accade,
da quello che ad esso farebbe il sistema che lo osserva. Per sottolineare questa nozione, Maturana ci ricorda la storia
di re Mida il quale voleva avere il potere di specificare la struttura di qualsiasi cosa toccasse, per trasformarla in
oro. Ciò era molto soddisfacente per lui, finchè egli non toccò anche sua figlia che essendo così specificata, si
trasformò in oro. Con il chè cominciarono realmente gli incubi per re Mida.
Se non fosse che i sistemi viventi si autospecificano autonomamente e sono
determinati dalla propria struttura, noi non saremmo in grado di conoscere alcunchè su di essi, salvo e soltanto le
nostre proprie specificazioni ripetitive. Nulla potrebbe cambiare. Tutto crollerebbe sotto la monotonia della
ripetitività, finchè ogni varietà sarebbe ridotta ad un valore unidimensionale. La chiusura organizzativa chiarisce
un aspetto dell'antico paradosso sul cambiamento: ci deve essere qualcosa che rimane immutata per poter dire che
qualcosa d'altro è cambiato. Il concetto di struttura-determinismo ci mostra "come" i cambiamenti sono
possibili nell'ambito della chiusura. Dire che un sistema è strutturalmente determinato non vuol dire che esso sia
pre-determinato. Come ben sappiamo, i sistemi viventi sono imprevedibili, sono unità che generano incertezza. Tentare
di ridurre le persone a "macchine banali" attraverso la manipolazione è l'errore fatale di una società
orientata allo sfruttamento. Le persone daranno sempre luogo a qualcosa di inaspettato. Le cose non si verificano mai
come pianificate - specie nella vita delle imprese. I sistemi strutturalmente determinati sono quindi quei sistemi che,
nelle loro interazioni con il medium, possono essere descritti come sperimentatori, come entità che incontrano
perturbazioni e non come esseri determinati da stimoli esterni. Le compensazioni che possono essere osservate nelle
strutture in cambiamento del sistema sono dettati dalle strutture stesse.
Ad esempio, se tento di tagliare una sedia con una sega genero un'interazione in
cui qualsiasi cosa accada alla sedia è, alla fine, il risultato della struttura della sedia e non del mio atto di
segarla. Se la sedia è fatta di legno, essa cadrà in pezzi e non sarà più una "sedia", per come la si
definisce, ma laddove fosse fatta di marmo, allora ben poco le accadrebbe. Cioè, le interazioni che io genero, non
innescherebbero cambiamenti strutturali che portano ad una modificazione catastrofica dell'unità. Quando un consulente
costruttivista entra in una organizzazione aziendale, egli si preoccupa di individuare l'ampiezza del sistema,
determinato dalla struttura, in un quadro iniziale di quattro categorie, che sono le seguenti (Maturana & Varela,
1987):
4 - DOMINI SPECIFICATI DAL SISTEMA
A - Dominio dei cambiamenti [Sistema Interno ]
1 - Cambiamenti di stato
11 - Cambiamenti distruttivi
B - Dominio delle stimolazioni [Sistema Esterno]
111 - Perturbazioni
1V - Interazioni distruttive
I. DOMINIO DEI CAMBIAMENTI DI STATO: Tutti quei cambiamenti strutturali che il
sistema può affrontare, pur conservando invariata la propria organizzazione (mantenimento dell'identità di classe).
Questo puo' essere visto come l'ambito di flessibilita', permeabilita' e plasticita' del sistema.
II. CAMBIAMENTI DISTRUTTIVI: Tutti quei cambiamenti strutturali per i quali il
sistema perde la propria organizzazione, come parte del cambiamento. Questo puo' essere visto come il punto focale
delle limitazioni.
III. DOMINIO DELLE PERTURBAZIONI: Il dominio delle interazioni che innescano
soltanto cambiamenti di stato. Ovvero l'insieme dei fenomeni con i quali il sistema puo' entrare in relazione,
conservando la propria identita'.
IV. DOMINIO DELLE INTERAZIONI DISTRUTTIVE: Il dominio delle perturbazioni che
provocano cambiamenti che distruggono l'organizzazione. Ovvero l'insieme dei fenomeni che si collocano al di la' della
capacita' del sistema di adattarsi conservando la propria identita'.
Va puntualizzato che i fenomeni che rientrano in queste quattro categorie non
sono statici ed immutabili. Poichè i sistemi strutturalmente determinati subiscono un cambiamento continuo, i loro
domini di struttura debbono anche cambiare. Quando il sistema riesce ad evitare interazioni distruttive, noi potremo
osservare una congruenza tra la struttura dell'ambiente e quella del sistema stesso.
Nell'ambito della conservazione della chiusura organizzativa e delle interazioni
con il "medium", sia il sistema che il suo medium interagiscono per perturbazioni reciproche, stimolando
cambiamenti di stato compatibili. Questo continuo processo di mutui cambiamenti strutturali si chiama
"accoppiamento strutturale".
Nell'ambito del fino ad ora popolare modello "di sfruttamento" del
capitalismo occidentale si immagina che un sistema possa agire sul suo ambiente in maniera unilaterale, manipolandolo
per ottenere da esso il massimo di redditività col minimo di responsabilità. L'assunto di base della unilateralità,
cioè che un sistema possa, impunemente, estorcere profitto dall'ambiente - e nel frattempo esportarvi i propri rifiuti
- ha contribuito in maniera drastica alla contaminazione dell'ecosistema con la quale ora dobbiamo vivere. L'assunto
della "separazione autonoma" dal mondo è chiaramente sbagliato.
Purtuttavia esso appare credibile a causa della latenza - cioè dell'intervallo
di tempo necessario prima che ci si accorga degli effetti catastrofici di tutti i tipi di rifiuti - chimici, nucleari
ed altri - che ci ritornano attraverso la catena alimentare o per altre vie. Una precisa comprensione dell'incastro
strutturale di tutti i sistemi "viabili" nel loro ambiente creerebbe una prospettiva notevolmente diversa,
che renderebbe impossibile l'apparire, improvviso, di fenomeni quali le "navi dei veleni" italiane che
scorrono i mari col loro carico mortale , incapaci di trovare un posto disponibile ad accettare e a scaricarle. La sola
vera soluzione al problema dei rifiuti non trattabili e non accettabili è quella di non produrli. La miglior
motivazione per non dare origine a quei prodotti non deve essere trovata nei problemi di ordine sociale, politico,
internazionale, finanziario derivanti dall'essere "scoperti" a giocare scorrettamente, ma piuttosto nella
definizione di una nuova cornice che indichi come le organizzazioni possano accoppiarsi col loro ambiente in modi
alternativi. Il paradigma costruttivista preferisce addirittura evitare l'uso del termine "ambiente", perchè
esso suona come se fosse qualcosa di separato dal sistema operativo. Il termine "medium" è usato, in
alternativa, per sottolineare il fatto che il sistema ed il suo medium non sono due entità separate che interagiscono
a distanza. Un sistema esiste come parte di un medium e non come un oggetto separato dentro di esso.
La storia dei cambiamenti strutturali è incorporata sia nel sistema sia nel
medium. E' in questo modo che possiamo vederli assieme, congruenti. Ne consegue che è cruciale, per il consulente,
tenere a mente che vi sono due domini di spiegazione nettamente differenti, che egli può imboccare (ma non
simultaneamente, giacchè essi non si intersecano). Il primo gli consente di fare descrizioni nel dominio cognitivo:
innanzi tutto, le descrizioni della storia dei modelli di interazioni dai quali questa struttura è emersa, e le
relazioni di questa struttura per svolgere attività efficaci nel corso del tempo. In questo, il consulente si
preoccupa di come i cambiamenti di struttura siano pertinenti alla "viabilità" ed alla sopravvivenza. Il
secondo permette descrizioni nel dominio del determinismo strutturale. Esso, dall'interno del sistema, si riferisce al
dominio degli stati interni e dei cambiamenti strutturali che determinano l'azione. Questa è una descrizione
astoricistica del modo in cui il sistema è adesso. Così, il modo in cui un'organizzazione è costituita determina la
sua viabilità e sopravvivenza in un adattamento di lungo periodo col suo medium. I sistemi conserveranno la loro
identità finchè la loro organizzazione specifica sarà conservata. La plasticità strutturale, o ampiezza dei
cambiamenti strutturali che il sistema può sopportare mantenendo la sua identità, è cruciale.
In questi tempi di rapido cambiamento noi assistiamo sempre di più a dilemmi di
sopravvivenza, in termini di come il sistema possa sopravvivere come tale (cioè mantenendo intatta la sua identità)
mentre, al tempo stesso, deve cambiare così tanto nella sua organizzazione o nel modo di essere "viabile"
nel mercato. La scelta che ne emerge è quella tra il conservare la propria tenuta nel mercato (ma dovendo cambiare in
maniera tale da essere irriconoscibili) o il mantenere la propria identità (ma con una quota di mercato
progressivamente decrescente). Lo stesso dilemma è ora sollevato con maggior frequenza attraverso i "take -
overs", in cui la scelta è spesso tra l'estinzione, per minore "viabilità" nel mercato, o l'estinzione
per assorbimento e consumazione in un "merger". Il consulente costruttivista, nel tentare di massimizzare la
"capacità di sopravvivenza" dell'organizzazione, ha ben chiaramente distinti i due domini di descrizione:
quella del dominio cognitivo delle azioni efficaci "viabili", e quello della chiusura organizzativa e della
ricorrente auto-produzione che offre il criterio per l'auto-caratterizzazione e distinzione in un dominio
dell'esistenza.
3. ALTERNATIVISMO COSTRUTTIVISTA
L'autonomia per essere auto-specificante nel dominio esperenziale, e
auto-determinante nel dominio cognitivo, lo è anche nella generazione di significati e comprensioni nel dominio
referenziale. La nozione di "Alternativismo Costruttivo" di Kelly (1955) consente efficacemente di correlare
chiusura organizzativa, determinismo strutturale e medium, per il massimo adattamento. Essenzialmente questo approccio
implica lo "smontaggio" della "voce del padrone" e l'elaborazione dell'autorità dell'io.
Il desiderio di certezza del sistema si manifesta nel voler vedere "che
cosa esattamente sta accadendo là". Comunque, la ricerca della chiarezza e della precisione è estremamente
elusiva. Il perchè questo deve sempre rimanere così ci è spiegato dalla natura auto-referente della chiusura
organizzativa. A dispetto delle apparenze, il nostro apparato visivo è estremamente fallace nel farci conoscere il
mondo esterno. A parte gli errori di percezione e le illusioni di ogni genere, il nostro "angolo cieco" ci
ricorda che noi siamo ciechi al fatto di essere ciechi - perchè quando noi vediamo, "vediamo sempre
perfettamente" e non abbiamo la consapevolezza che ci sono parti del nostro mondo che sono invisibili a noi, in un
qualunque momento. In aggiunta alle nostre limitazioni neurologiche vi sono vincoli di natura psicologica tali che la
frase ottimistica "lo crederò quando lo vedrò", non è poi così vicina al vero come la frase "lo
vedrò quando lo crederò".
La nostra esperienza di ciò che noi crediamo di vedere è vincolante e con essa
noi agiamo. Come antidoto, la società ci addestra attraverso un lungo curriculum scolastico, a controllare con altri
osservatori se stiamo vedendo "la cosa giusta". La mancanza di coordinamento delle nostre percezioni
significa che siamo vittima di allucinazioni, e noi tutti sappiamo che cosa accade agli allucinati. Così, apprendiamo
a non fidarci della nostra visione individuale ed a fidarci, invece, della percezione collettiva di come "le cose
realmente sono". Noi coordiniamo le nostre percezioni in conformità a qualche autorità esterna che possiede
strumenti per decidere ed arbitrare, in modo scientifico, su come i fenomeni "realmente appaiono". Ora, non
soltanto noi siamo ciechi alla nostra cecità, ma la nostra personale visione è oscurata da quella di un'autorità
esterna, che pretende di essere sicura. Noi "vediamo" quello che siamo addestrati ad aspettarci di vedere. Ad
ogni modo, poichè nella nostra esperienza noi non siamo in grado di distinguere un'allucinazione da una percezione (a
causa della nostra chiusura neurofisiologica), allora non possiamo distinguere la fonte di una qualsiasi percezione,
prospettiva, proposizione o costruzione in maniera definita. Questo significa che non abbiamo un attendibile accesso
diretto ad una realtà obiettiva, a "quello che sta realmente accadendo', e perciò non possiamo controllare le
nostre percezioni per vedere se esse "corrispondono" alla realtà.
Perciò le nostre argomentazioni su "quello che sta realmente
accadendo" non possono mai essere risolte ricorrendo direttamente agli "oggetti" stessi. Nessuno ha un
accesso privilegiato ad una realtà che esiste in modo indipendente. Per esprimere questo in altro modo, se noi non
siamo in grado di distinguere, nell'esperienza, ciò che è dentro da ciò che è fuori, allora le nostre affermazioni
non possono basarsi sul ricorso a questi "elementi esterni" per la loro veridicità o falsità. Le cose non
possono validare quello che diciamo. Ne consegue ancora che nessuna visione della realtà può essere quella corretta.
Quindi la "realtà assoluta" non esiste.
Alternativismo costruttivista significa che nulla esiste che non possa essere
ricostruito. Di conseguenza non cerchiamo mai elementi che esistono indipendentemente per consolidare le nostre
affermazioni, poichè una realtà così semplice non può esistere. Invece, noi guardiamo ai processi attraverso i
quali siamo pervenuti ad inventare quelle realtà nelle quali ci troviamo a vivere, in tutte le loro varietà. In
questo scenario, nessun osservatore può pretendere di avere un accesso "ispirato" o privilegiato, diretto,
alla realtà obiettiva.
La certezza diviene problematica - la scelta tra la vecchia ricerca della
certezza e l'accettazione costruttivista del caos può essere sintetizzata nei termini seguenti espressi nella figura
1.


Le scelte che abbiamo di fronte, sintetizzate in questa figura, sono
interconnesse in tre luoghi.
1) Innanzi tutto, noi possiamo costruire la nostra esistenza terrena (ESSERE)
sulla ricerca di un senso di certezza, o piuttosto sull'idea che tale senso di certezza non sia una necessità, poichè
noi siamo, al contrario, in grado di incontrare il caos e di favorirlo. Ad ogni modo KELLY (1955) sottolinea come un
mondo con troppo ordine sia un mondo con pochi dubbi. A prima vista, può sembrare attraente ma poichè è anche un
mondo che determina il futuro in maniera molto prevedibile può produrre un'esperienza noiosa e banale. Dall'altro
lato, l'accettazione del caos e del dis-ordine significa l'abbandono di ogni confortevole speranza e l'andare incontro
a novità in un futuro inatteso.
2) In secondo luogo, i processi cognitivi (metodi di indagine) sono polarizzati:
da un lato possiamo conoscere per rassicurare noi stessi, per confermare la verità di quello che già conosciamo;
oppure, in alternativa, possiamo costruire l'indagine come un'opportunità per "spiazzare" noi stessi dalla
nostra sicura accumulazione di conoscenza, e trovare cos'è che non conosciamo. La prima è una strada di
pacificazione, la seconda è una strada per elaborare un nuovo sistema. La strada della pacificazione conduce a rapide
conclusioni e a risposte finali che arrestano la ricerca. Le regole del passato sono abitualmente usate per risolvere i
problemi e per fornire l'orientamento al futuro.
Gli elaboratori di nuovi sistemi, al contrario, sono interessati a generare un
numero sempre maggiore di domande. Essi vedono il compito, in linea di principio, come non-completabile ed aperto. Il
valore è posto nell'anticipazione creativa come un mezzo per individuare nuovi futuri.
3) In terzo luogo, possiamo focalizzare il nostro modo di vivere (AGIRE) sulla
riproduzione dell'invarianza, oppure, all'altro estremo, sul cambiamento e sul fluire. La preferenza per la posizione
di stasi indica un investimento sulla legge della continuità - cioè sul fare in modo che le continuità continuino ad
accadere. Spesso ciò significa imporre delle costrizioni al sistema di riferimento per forzare l'emergere
dell'omogeneità. L'ostilità, quindi, è spesso necessaria per estorcere la pretesa continuità. Il mito di Procuste
fornisce una buona illustrazione dell'ostilità necessaria. I recenti cambiamenti politici nell'Europa dell'Est hanno
rilevato fino a che punto questo modello fosse consolidato. Da ultimo, in Romania ed altrove, abbiamo anche visto quale
massiccio apparato (Polizia segreta, ecc.) fosse necessario per estorcere l'omogeneità dei comportamenti richiesta
dall'Autorità. In netto contrasto, la posizione del fluire è dedicata alla creazione di novità e, attraverso
l'apertura di nuovi domini nei quali le persone possano entrare, alla generazione di eterogeneità. Ciò, naturalmente,
richiede spesso coraggio, personale e politico, e richiede una continua sollecitazione alla dis-conferma del proprio
posizionamento.
Questi tre luoghi del mondo, l’essere, il conoscere e l’agire sono visti,
nella prospettiva sistemica-costruttivista, come una continuità ininterrotta.
Essere-conoscere-agire sono un tutto inseparabile, e la teoria del cambiamento
enfatizza qui che "tutto il fare è conoscere, e tutto il conoscere è fare" (Maturana e Varela, 1987).
Questo dovrebbe essere già chiaro dai miei commenti su come
l'"essere" della chiusura organizzativa specifica il suo dominio di interazioni, cioè dove esso
"conosce" come "agire" efficacemente pur conservando il suo "essere". In questo modo, con
ogni atto di conoscenza, noi diamo vita ad un mondo. Il nostro modo più comune di dar vita alle realtà è attraverso
il nostro uso collettivo del linguaggio (languaging), Dal punto di vista autopoietico "noi siamo tutti nell'uso
del linguaggio, sempre".
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Posta l'autonomia del sistema individuale, per la preminente chiusura
organizzativa e per il determinismo strutturale, l'alternativismo costruttivo è indispensabile perchè i membri delle
reti conversazionali organizzative comprendano che:
a) non c'è alcuna autorità esterna che abbia il privilegio di vedere i
"fatti reali";
b) l'unica autorità può essere trovata nell'ambito dei processi attraverso cui
ogni specifica comunità-di-osservatori genera la consensualità;
c) poichè le conversazioni sono composte dalle opinioni costitutive, voci,
costruzioni di ogni singolo partecipante - ognuno dei quali ha una costruzione valida, anche se non interamente ed
egualmente viabile - allora queste conversazioni debbono essere fondate su di una circolazione di voci. Alternativismo
significa che non possiamo accordare a nessun visione individuale il valore di "verità", ma al contrario
dobbiamo mantenere una circolazione senza fine sul "fare linguaggio" dei partecipanti;
d) nessuna persona che sposi l'alternativismo si può proporre come "voce
del padrone", né può accettare la facile scappatoia di credere che "qualcun altro" conosca la
risposta;
e) alternativismo significa che non c'è una posizione di riposo. Non c'è una
solida piattaforma che possa essere costruita e dalla quale si possono emanare editti imperiali.
In qualsiasi momento una nuova costruzione può minare e disintegrare ogni
precedente piattaforma;
f) le reti conversazionali costruttiviste generate da un comitato di Direzione,
un reparto, o un gruppo di lavoro che si rifacciano a questo principio (insieme ad altri) sono differenti in qualità e
produttività, come se appartenessero ad una diversa classe di organizzazioni.
REFERENZE
Kelly, G.
(1955). The Psychology of Personal Constructs. Two Volumes. (New York: Norton).
Maturana,
H., and Varela, F. J. (1987). The Tree of Knowledge. London: New Science Library)
Varela, F. J. (1979). Principles of Biological Autonomy. (Oxford: North
Holland).
Wittgenstein, L. (1958). Philosophical Investigations. (Oxford: Blackwell).