Ernst von Glasersfeld's answers
July 1999

 
 
 



 

QUESTION 1

From: gbelleri@numerica.it
Subject: Per il prof. von Glasersfeld

Egregio Professore, le scrivo in italiano perchè ho letto nella sua biografia che ha avuto frequenti contatti con il mio paese, e in articolare con il prof. Ceccato, e spero quindi che possa comprendere la mia lingua.
Vorrei sottoporle la seguente questione. Mi pare che varie discipline (la teoria della selezione dei gruppi neuronali di Edelman, quella della società i Luhmann, l'autopiesi di Maturana e Varela, la macchina non-banale di Heinz Von Foerster, il costruttivismo radicale etc.) convergano su un nodo teorico centrale: l'impossibilità dell'interazione istruttiva tra sistema e ambiente, antigene e sistema immunitario, discente e docente etc.
Se le cose stanno così bisogna trovare comunque un canale e un modello di scambio tra sistema e ambiente: mi pare che si possa trovare nella costellazione teorica che comprende i concetti di perturbazione, disordine, squilibrio, proliferazione, assimilazione, selezione, adattamento, equilibrazione, fissazione, accoppiamento etc.  
Non mi è pero ancora chiaro come connettere tali termini in un pattern dinamico che abbia valore trasversale e transdisciplinare, per favorire la transizione dal paradigma istruttivo (ammesso che si possa  raggiungere tale obiettivo!).
Mi piacerebbe conoscere la sua opinione.

Cordiali saluti e grazie dell'attenzione.

Giuseppe Belleri
Flero(Brescia)-Italia
gbelleri@numerica.it

P.S. A quando la traduzione italiana dei suoi ultimi testi sul costruttivismo?

 


Caro signor Belleri,

Dato che lei conosce le opere di Edelman, Luhmann, etc., lascio a lei il compito di formulare come si possa connettere il mio costruttivismo radicale alle loro teorie. (Se per caso dovesse mettere in iscritto le sue idee a  questo proposito, mi interesserebbe molto vederle.)

La risposta alla sua domanda principale, cioè come possa funzionare   l’interazione tra il soggetto costruttore ed il suo ambiente, ricchiede   parecchie spiegazioni. 

1. Anzitutto il costruttivismo radicale (CR) tratta del sapere (per evitare  la parola ‘conoscenza’, la quale, da Socrate in poi, ha sempre suggerito un  RIconoscere o rappresentare di cose che dovrebbero già ‘esistere’) e non  riguarda l’essere e l’ontologia.

2. Le cose (incluso le persone) con le quali l’organismo interagisce, non  possono essere che i suoi costrutti - costruiti per di più senza la minima consapevolezza operativa. Creano perturbazioni quando non si prestano a   soddisfare le aspettative e gli scopi dell’organismo.

3. L’adattamento consiste nel trovare modi di agire e pensare, cioè disporre  di costrutti (concetti, rapporti concettuali, schemi di azione, etc.) che non urtano contro le costrizioni di una ‘realtà’ non conoscibile che si   manifesta exclusivamente tramite le perturbazione che si esperisce. Così la ‘verità’ dei filosofi va sostituita dalla viabilità nell’esperienza vissuta.

4. Da questa impostazione risulta che l’insegnamento non potrebbe mai essere  una trasmissione di strutture concettuali. L’insegnante non puo "istruire", però puo creare delle situazioni che offrono all’allievo l’occasione di  costruirsi concetti e modi di agire viabili.

A proposito di scritti miei, è appena uscita la traduzione italiana del più  completo mio libro sul costruttivismo: "Il costruttivismo radicale";   Quaderni di Methodologia N 6; Divisione Cultura e Scienze, Società Stampa   Sportiva, Roma, 1998.

Ernst von Glasersfeld

 

 
 


QUESTION 2

From: "pamzs" pamzs@ctcreuna.cl
Subject: mail for Mr Von Glaserfeld

dear professor:

I should admit that he/she didn't know it until I read Greg Niemeyer's book called evaluation constructionist; I count him that I am a student of psychology of a chili university (University of Tarapacá of Arica). I  am studying the 5º year and I am making the thesis based on the social constructionist. The idea is to apply an instrument denominated wheel of family valuation from the perspective of the social constructionist.  The wheel is an instrument created by authors Mildred D. Mailick and Florence Vigilant W., and consists basically on working with families in risk of a center of my city, investigating in different such areas as relevant family events, family organization, communication, specific aspects of culture and values, acces to institutional resources and family perceptions of experiences (meanings) entity other areas also treated.
Bueno, mi intención era tratar de ubicarlo por el ciber espacio para preguntarle si usted tiene algún tipo de información que me pueda facilitar, de algún tema aqui tratado, dada la escasa bibliografía aqui existente, no tengo mucho acceso a este tipo de información mas  que por este medio y espero hacer un gran trabajo. Es por esto, que me dirijo a usted, agradeciéndole desde ya su atención. 
Please excuse my english, I wait to have been a little white. greetings

Pamela Zapata


 

Dear Ms. Zapata,

I am not very knowledgable about therapy. If you look at the website Vincent Kenny is directing - http://www.oikos.org/vonen.htm   - and click  "Ask E.v.G", you will find topics that may interest you under: 1997 (three  questions), 1998 (December), 1999 (February, last question), and 1999 (July, question by Jorgensen). If you are interested in papers I have written about constructivism,  you will find some on that same website, and others if you send a request to everyone-request@srri.umass.edu

Please note that you can write to me in English, German, French, and   Italian, but not in Spanish.

Best wishes,

Ernst von Glasersfeld


 

 

 
 


QUESTION 3

From: Sara Davis sara.davis@cwixmail.com
Subject: question for Prof. Glasersfeld

I am using Constructivism as the theoretical underpinning for my dissertation. I am also using some of John Dewey's writings about reflective practice. One of my committee members told me that I should not use very many of Dewey's pieces because he contradicts Piaget's notion of knowledge development. (She is a Dewey fan) Another committee member said that early childhood people don't see a contradiction. What are your views?

Thank-you, Sara Davis


 

Dear Ms. Davis,

I cannot give you a good answer to your question because I am not   well enough acquainted with the work of Dewey. What I have read of his views   on education has always seemed to me quite compatible with Piaget’s position.   In his book "Logic - The theory of inquiry" (New York: Henry Holt, 1938), of which I have read perhaps one fifth (it has nearly 600 pages), I have drawn  the provisional conclusion that in spite of the many parallels to Piaget, Dewey is more inclined to draw inferences about ontology than Piaget, who  always focuses on knowing rather than being. - With regard to the development of cognitive structures it seems to me that the two use a different  terminology but are in fundamental agrreement because they both stress the fact that all knowledge is based on sensorimotor experience and they have a  similar conception of "abstraction". I would say that the safe way to proceed in your dissertation is to  use selected quotations and to avoid generalizing statements about what the two authors might actually have believed.

With best wishes,

Ernst von Glasersfeld


 

 

 
 


QUESTION 4

From: "Moretti Giordano" parma_inst@netsis.it
Subject: questions and reflections

Marco Moretti, Strada Segalara, 11
43030 Talignano (Parma), Italy

Gentilissimo prof. Von Glasersfeld,

è con grande piacere che scopro un’eminente studioso come lei così disponibile a comunicare con chiunque lo desideri e per questo la ringrazio molto. Come vede le scrivo in italiano, in quanto avrei difficoltà a spiegarmi altrettanto bene in lingua inglese. Immagino che lei conosca l’italiano meglio di come io conosco l’inglese, dato che ha lavorato diversi anni in Italia.
Sono un educatore e lavoro nell’area del disagio sociale, ho studiato con il prof. Sergio Manghi (appassionato batesoniano) docente di Sociologia della Conoscenza presso l’Università di Parma (Italia). La mia tesi trattava della visione ecologica della salute e dell’approccio ecosistemico al lavoro sociale. Questi studi e i miei interessi personali mi portano a scriverle in questo momento. Conosco da poco il costruttivismo radicale, ma sento comunque l’esigenza di condividere con lei alcune riflessioni personali.
Da numerosi anni mi sono interessato del problema della conoscenza (se questo è un problema) e nelle mie ricerche personali mi sono anche dedicato allo studio del buddismo e alla pratica della meditazione. Con vivo interesse e con piacere ho ritrovato anche nelle parole del Buddha storico quelle che mi sembrano essere le radici del costruttivismo, quando afferma: "Tutti i dharma (fenomeni) sono contenuti in diciotto reami: i reami dei sei organi sensoriali, dei sei oggetti di senso e delle sei coscienze sensoriali. I sei organi sono la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto e la percezione. I sei oggetti sono le forme, i suoni, gli odori, i gusti, gli oggetti tangibili e gli oggetti mentali. Le sei coscienze sono la coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile e mentale. Non vi sono altri dharma al di fuori dei diciotto reami, che sono tutti soggetti a nascita e morte, creazione e dissoluzione. […] Niente, tra gli organi di senso, gli oggetti sensoriali e le coscienze sensoriali, possiede un sé individuale e separato". La meta del Buddha non era quella di creare una teoria, ma di eliminare l’ego, la sensazione di esistere come sé indipendente, perché riteneva che quella fosse la radice della sofferenza umana. Anche lui, nella sua estrema coerenza, "applicò un sistema al sistema" e disse: "L’insegnamento sull’assenza del sé ha lo scopo di guidare la meditazione. Non deve essere inteso come una dottrina. Credendolo una dottrina, vi si rimarrebbe invischiati". Questo tipo di meditazione, la contemplazione dell’originazione interdipendente di tutti i fenomeni psicofisici per realizzare l’assenza del sé, era la sua medicina per ottenere l’illuminazione. Altrove specificò: "Io insegno un metodo da mettere in pratica, non qualcosa in cui credere o da adorare. Il mio insegnamento si può paragonare ad una zattera che serve ad attraversare un fiume. Solo uno stolto rimarrà abbarbicato alla zattera una volta che sia approdato all’altra sponda, alla sponda della liberazione".
Ora sorgono in me alcuni quesiti alquanto intriganti nati dalle mie esperienze al limite della percezione. Il tipo di meditazione che pratico, che non è buddista, ma questo non ha importanza, mi porta ad escludere ogni sensazione dal campo dell’attenzione così che si viene a creare un silenzio profondo in cui non esistono più sensazioni, pensieri, passato e futuro, ricordi, emozioni, in pratica non esistono le cosiddette "distinzioni". Intendiamoci, non ho raggiunto di certo l’illuminazione! E’ uno stato della mente che, dopo qualche anno di pratica, una persona normale può ottenere. Questo stato non è descrivibile con il linguaggio, proprio perché il linguaggio in quel momento non esiste, perciò chi non lo ha sperimentato può essere portato a definirlo come uno stato "negativo", di assenza, mentre secondo la mia esperienza non lo è. Dico "secondo la mia esperienza" proprio perché esiste qualcosa in esso che si può ancora chiamare esperienza o coscienza, ma dove ogni descrizione può essere tentata, con poco successo, solo a posteriori. Se riprendiamo la definizione di M. C. Bateson che descrive la coscienza come l’aspetto riflessivo del processo mentale, potrei azzardare un esempio metaforico dicendo che quello stato può essere paragonato al riflesso di due specchi messi uno davanti all’altro. Che sia possibile creare un cortocircuito del processo mentale in modo che la coscienza sia cosciente di se stessa, senza bisogno di distinzioni? Dico "senza distinzioni" perché una particolarità di quello stato mentale è che non può essere pensato mentre accade, cioè se penso "sto meditando" quello stato cessa di esistere. E’ come un vuoto che però non manca della capacità di sapere che esiste, ma non so spiegare come questo sia possibile. Se questo vuoto, "intuitivo" di esistere, fosse lo sfondo su cui avviene il processo mentale allora Cartesio avrebbe dovuto dire "sono dunque penso", ma la mia esperienza mi dice che questo vuoto non può nemmeno chiamarsi "io"; è piuttosto una presenza indefinibile che catalizza in silenzio il processo mentale al quale è presupposta. E’ come il silenzio che rende possibile udire la musica senza esserne causa.
Al maestro zen Hui Hai fu chiesto: "Come possiamo percepire la nostra natura?". Egli rispose: "Ciò che percepisce è la nostra natura, senza di essa non potrebbe esserci percezione. […] Quando la potente funzione della propria natura si manifesta questa è la ‘Realtà imperturbabile al di là della nascita e della morte’ senza uguali".
Mi rendo conto che questa riflessione sa molto di ontologia, ma è anche possibile che l’esistenza o meno di questo "vuoto intuitivo" non sia determinante per il processo mentale, ossia che si possa anche ritenere inesistente dal momento che non è all’inizio o alla fine di tale processo ricorsivo. Potrebbe, in qualche modo, questa "realtà" né oggettiva né soggettiva dischiudere nuove vie?
L’ultima considerazione che mi viene da fare è questa: forse Dio ha voluto farci uno scherzo e ha creato nell’uomo l’illusione di poter conoscere la "realtà" e la "verità", così a noi poveretti non resta che scegliere se competere o muoverci con umiltà, dato che se scoprissimo la "verità" il gioco sarebbe finito… Allora Dio ci guardi dal ritenerci eletti.
Rimango in attesa di una sua cortese risposta per sapere cosa ne pensa di tutto questo farneticare.

P. S. Le parole del Buddha sono tratte da: Thich Nhat Hanh, OLD PATH WHITE CLOUDS, Parallax, Berkeley, CA, 1991

Talignano, 07.07.99 Grazie infinite,

Marco Moretti


 

Caro signor Moretti,

Anch’io mi sono interessato sporadicamente dell’epistemologia   inerente nel Buddhismo (tibetano) ed ho notato molte parallele col costruttivismo. Benché il mio scopo non è l’eliminazione dell’ego ma  piuttosto l’esplorazione e la delimitazione del reame razionale, direi (per  ragioni razionali e non metafisici) che l’io costruttore è annch’esso un   costrutto necessitato dal modo di costruire razionalmente.  Per quanto riguarda i sei dharma di base, sono d’accordo che costituiscono la sola fonte di conoscenze, farei però un’importante  distinzione fra i cinque sensi e la "percezione" che, per me, funziona su un altro livello, perché crea le combinazioni degli elementi sensoriali. Il  testo citato da lei sembra mettere insieme i composti percettuali con i risultati della riflessione del soggetto sulle sue operazioni mentali. Nel  mio modello è proprio questa "consapevolezza operativa" (Ceccato) che rende possibile l’allontanarsi da quel realismo micidiale che lega la più parte  della gente all’idea che i loro costrutti devono essere "veri", "immutabili" e magari "eterni". E questa liberazione è forse un primo piccolo  passo verso l‘illuminazione di cui parlava Buddha?

Credo che lei abbia imboccato una buona strada e le auguro buon   viaggio!

Ernst von Glasersfeld


 

 

 
 


QUESTION 5

From: Per Kirk Jørgensen pkk@HVIDOVRE.DK
Subject: Radical constructivism vs social constructionism

 

Dear professor von Glasersfeld

Is it possible for you to say something about the differences between radical constructivism, as you and Heinz von Foerster invented the term and wrote about it in articles from the eighties (and in a later book from 1995, I haven't read it), and the different and later invented term social constructionism. I'm specially asking you in relation to Gergen's opinions,  where it looks like he is criticizing your positions, but it is not quite clear for me what's he is finding wrong and bad. It's my  feeling too, when I hear therapists talking about social constructionism, that they mean it is a better or more "right" theory, but for me it is more diffuse and unclear and I think Gergen mean it is right, when I understand it this way. My background is that I am a psychologist working with systemic family therapy theories, so if you can say something about differences in the two following aspects I will be glad: epistemology and what are therapists doing differently when they are inspired from the social constructionism?

Sincerely

Per Kirk Jørgensen


 

Dear Mr.Jørgensen,

Kenneth Gergen indeed criticizes radical constructivism, and although   I have taken some trouble to explain that, from my point of view, his   criticism springs from a misinterpretation, he continues to do so. He does   not appreciate the fact that RC is a theory of KNOWING, not a metaphysical exercise aimed at describing what EXISTS. Gergen’s ‘constructionism’ assumes that language and knowledge  somehow ‘exist’ in a society and play a crucial role in the cognitive development of the individual. I have no quarrel with this - except with the  notion of ‘existence’. From my point of view, the individual’s language is what that individual has been able to construct for him- or herself in his or  her interactions with the society in which he or she grows up. It is always the result of his or her experiences and there is no other way of   appropriating it. Similarly, parts of the individuals’ knowledge are built up subject to the constraints presented by other people, i.e. by what the  individual interprets them to be saying and doing. But there also parts of individuals’ knowledge that can (and mostly are) built up without social  influence. For example, when the child experiences that fire is hot and can burn his or her skin. One could say, the main difference between RC and ‘social  constructionism’ is that SOCIETY is for RC no more but also no less than the  individual has been able to abstract from his or her experience. This does not make the concept society any less important - and as I have said many  times, there is a lot of work to be done to show in detail how the individual may come to construct such a concept. - Even if Gergen tried to skirt the  problem by saying he is merely presenting a MODEL, he would be obliged to show exactly how society influences the individual and how the individual  comes to ‘share’ the language that is supposed to be a ready-made entity in the space between the members of a society. For family therapists, I believe, it is particularly important to  remember that, at the outset of interactions with a client, they can have no inkling as to how a client interprets the language that is being used.

Best wishes,

Ernst von Glasersfeld


 

 

 
 


UESTION 6

From: Gaetano Cantone
Subject: Social Systems

 

Dear professor von Glasersfeld,

the german sociologist Niklas Luhmann has elaborated a "theory of the  social systems" biased from the radical constructivism. For exemples, Luhmann believes that the positions of Maturana be too few "radical" because he speaks still of "individuals." I would want at you some questions:
- Do you retain that is this theory coherent to the radical constructivism?
- Luhmann supports that "the society is not made of men but of communication": which are the consequences ethics of this position?
- More in general which am the ethical consequences of the radical constructivism?

(Sorry for my bad inglish)

Syncerely,

Gaetano Cantone


 

Dear Mr. Cantone,

I think Niklas Luhmann would turn in his grave if he heard that his theory  was based on radical constructivism. He developed his theory before he had heard of Maturana and I was told that when Maturana spent some time with  Luhmann at Bielefeld, they did not speak to each other after a while. I am not fully acquainted with Luhmann’s work. To the statement you  quote I would say: I agree that society requires communication, but I have no idea what ‘communication’ could mean if it were not a specific form of  interaction between individuals. - I do not know what Luhmann said about ethics. Radical constructivism is a theory of knowing. It is a rational model  and from my point of ethics lies outside the rational domain. RC implies tolerance and prepares the ground for an ethics because it holds that the  individual NEEDS others in order to extend the viability of constructs (see chapter 6 of my Il costruttivismo radicale, Quaderni di Methodologia 6, Roma:  Società Stampa Sportiva, Divisione Cultura e Scienze, 1998).

Best wishes

Ernst von Glasersfeld


 

 

 

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