QUESTION 4
From: "Moretti Giordano" parma_inst@netsis.it
Subject: questions and reflections
Marco Moretti, Strada Segalara, 11
43030 Talignano (Parma), Italy
Gentilissimo prof. Von Glasersfeld,
è con grande piacere che scopro un’eminente studioso come lei così disponibile a
comunicare con chiunque lo desideri e per questo la ringrazio molto. Come vede le scrivo in italiano, in quanto
avrei difficoltà a spiegarmi altrettanto bene in lingua inglese. Immagino che lei conosca l’italiano meglio di
come io conosco l’inglese, dato che ha lavorato diversi anni in Italia.
Sono un educatore e lavoro nell’area del disagio sociale, ho studiato con il prof. Sergio Manghi (appassionato
batesoniano) docente di Sociologia della Conoscenza presso l’Università di Parma (Italia). La mia tesi trattava
della visione ecologica della salute e dell’approccio ecosistemico al lavoro sociale. Questi studi e i miei
interessi personali mi portano a scriverle in questo momento. Conosco da poco il costruttivismo radicale, ma sento
comunque l’esigenza di condividere con lei alcune riflessioni personali.
Da numerosi anni mi sono interessato del problema della conoscenza (se questo è un problema) e nelle mie ricerche
personali mi sono anche dedicato allo studio del buddismo e alla pratica della meditazione. Con vivo interesse e con
piacere ho ritrovato anche nelle parole del Buddha storico quelle che mi sembrano essere le radici del
costruttivismo, quando afferma: "Tutti i dharma (fenomeni) sono contenuti in diciotto reami: i reami dei sei
organi sensoriali, dei sei oggetti di senso e delle sei coscienze sensoriali. I sei organi sono la vista, l’udito,
l’olfatto, il gusto, il tatto e la percezione. I sei oggetti sono le forme, i suoni, gli odori, i gusti, gli
oggetti tangibili e gli oggetti mentali. Le sei coscienze sono la coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa,
tattile e mentale. Non vi sono altri dharma al di fuori dei diciotto reami, che sono tutti soggetti a nascita e
morte, creazione e dissoluzione. […] Niente, tra gli organi di senso, gli oggetti sensoriali e le coscienze
sensoriali, possiede un sé individuale e separato". La meta del Buddha non era quella di creare una teoria, ma
di eliminare l’ego, la sensazione di esistere come sé indipendente, perché riteneva che quella fosse la radice
della sofferenza umana. Anche lui, nella sua estrema coerenza, "applicò un sistema al sistema" e disse:
"L’insegnamento sull’assenza del sé ha lo scopo di guidare la meditazione. Non deve essere inteso come una
dottrina. Credendolo una dottrina, vi si rimarrebbe invischiati". Questo tipo di meditazione, la contemplazione
dell’originazione interdipendente di tutti i fenomeni psicofisici per realizzare l’assenza del sé, era la sua
medicina per ottenere l’illuminazione. Altrove specificò: "Io insegno un metodo da mettere in pratica, non
qualcosa in cui credere o da adorare. Il mio insegnamento si può paragonare ad una zattera che serve ad
attraversare un fiume. Solo uno stolto rimarrà abbarbicato alla zattera una volta che sia approdato all’altra
sponda, alla sponda della liberazione".
Ora sorgono in me alcuni quesiti alquanto intriganti nati dalle mie esperienze al limite della percezione. Il tipo
di meditazione che pratico, che non è buddista, ma questo non ha importanza, mi porta ad escludere ogni sensazione
dal campo dell’attenzione così che si viene a creare un silenzio profondo in cui non esistono più sensazioni,
pensieri, passato e futuro, ricordi, emozioni, in pratica non esistono le cosiddette "distinzioni".
Intendiamoci, non ho raggiunto di certo l’illuminazione! E’ uno stato della mente che, dopo qualche anno di
pratica, una persona normale può ottenere. Questo stato non è descrivibile con il linguaggio, proprio perché il
linguaggio in quel momento non esiste, perciò chi non lo ha sperimentato può essere portato a definirlo come uno
stato "negativo", di assenza, mentre secondo la mia esperienza non lo è. Dico "secondo la mia
esperienza" proprio perché esiste qualcosa in esso che si può ancora chiamare esperienza o coscienza, ma dove
ogni descrizione può essere tentata, con poco successo, solo a posteriori. Se riprendiamo la definizione di M. C.
Bateson che descrive la coscienza come l’aspetto riflessivo del processo mentale, potrei azzardare un esempio
metaforico dicendo che quello stato può essere paragonato al riflesso di due specchi messi uno davanti all’altro.
Che sia possibile creare un cortocircuito del processo mentale in modo che la coscienza sia cosciente di se stessa,
senza bisogno di distinzioni? Dico "senza distinzioni" perché una particolarità di quello stato mentale
è che non può essere pensato mentre accade, cioè se penso "sto meditando" quello stato cessa di
esistere. E’ come un vuoto che però non manca della capacità di sapere che esiste, ma non so spiegare come
questo sia possibile. Se questo vuoto, "intuitivo" di esistere, fosse lo sfondo su cui avviene il processo
mentale allora Cartesio avrebbe dovuto dire "sono dunque penso", ma la mia esperienza mi dice che questo
vuoto non può nemmeno chiamarsi "io"; è piuttosto una presenza indefinibile che catalizza in silenzio il
processo mentale al quale è presupposta. E’ come il silenzio che rende possibile udire la musica senza esserne
causa.
Al maestro zen Hui Hai fu chiesto: "Come possiamo percepire la nostra natura?". Egli rispose: "Ciò
che percepisce è la nostra natura, senza di essa non potrebbe esserci percezione. […] Quando la potente funzione
della propria natura si manifesta questa è la ‘Realtà imperturbabile al di là della nascita e della morte’
senza uguali".
Mi rendo conto che questa riflessione sa molto di ontologia, ma è anche possibile che l’esistenza o meno di
questo "vuoto intuitivo" non sia determinante per il processo mentale, ossia che si possa anche ritenere
inesistente dal momento che non è all’inizio o alla fine di tale processo ricorsivo. Potrebbe, in qualche modo,
questa "realtà" né oggettiva né soggettiva dischiudere nuove vie?
L’ultima considerazione che mi viene da fare è questa: forse Dio ha voluto farci uno scherzo e ha creato nell’uomo
l’illusione di poter conoscere la "realtà" e la "verità", così a noi poveretti non resta
che scegliere se competere o muoverci con umiltà, dato che se scoprissimo la "verità" il gioco sarebbe
finito… Allora Dio ci guardi dal ritenerci eletti.
Rimango in attesa di una sua cortese risposta per sapere cosa ne pensa di tutto questo farneticare.
P. S. Le parole del Buddha sono tratte da: Thich Nhat Hanh, OLD PATH WHITE CLOUDS,
Parallax, Berkeley, CA, 1991
Talignano, 07.07.99 Grazie infinite,
Marco Moretti
Caro signor Moretti,
Anch’io mi sono interessato sporadicamente dell’epistemologia
inerente nel Buddhismo (tibetano) ed ho notato molte parallele col costruttivismo. Benché il mio scopo non è l’eliminazione
dell’ego ma piuttosto l’esplorazione e la delimitazione del reame razionale, direi (per ragioni
razionali e non metafisici) che l’io costruttore è annch’esso un costrutto necessitato dal modo di
costruire razionalmente. Per quanto riguarda i sei dharma di base, sono d’accordo che costituiscono la sola
fonte di conoscenze, farei però un’importante distinzione fra i cinque sensi e la "percezione"
che, per me, funziona su un altro livello, perché crea le combinazioni degli elementi sensoriali. Il testo
citato da lei sembra mettere insieme i composti percettuali con i risultati della riflessione del soggetto sulle sue
operazioni mentali. Nel mio modello è proprio questa "consapevolezza operativa" (Ceccato) che rende
possibile l’allontanarsi da quel realismo micidiale che lega la più parte della gente all’idea che i loro
costrutti devono essere "veri", "immutabili" e magari "eterni". E questa liberazione
è forse un primo piccolo passo verso l‘illuminazione di cui parlava Buddha?
Credo che lei abbia imboccato una buona strada e le auguro buon viaggio!
Ernst von Glasersfeld