L’analisi sociologica 

di Silvia Muccio

 

Quella che si vuol proporre è un dibattito sulla religiosità atea, non nel senso blasfemo del voler negare la dimensione religiosa della celebrazione, ma come occasione per scoprire la sacralità del Natale abbandonando il terreno della Metafisica dogmatica, incrociando, cioè, il "problema del Natale" che ogni anno ripropone lo scontro tra la realtà esistenziale dell’uomo moderno e la ricerca della verità.

Dunque non il Natale, ma il problema del Natale. Questa è la linea guida delle considerazioni e dei suggerimenti che troverete nelle pagine a questa collegate.

Oggi quello che importa non è tanto il recupero di una teologia del Natale, ormai formalmente codificata dalla cultura cristiana, quanto piuttosto il tentativo di unire i rituali più o meno pagani con cui viene celebrato alle coscienze individuale e collettiva. La convinzione, piuttosto confermata ovunque dall’evidenza dei fatti, è che le società industrializzate commettono il grave errore di credere di poter creare da sé, in maniera unilaterale e artificiale, abbandonando completamente ogni ricerca di significato condivisibile . D’altra parte resta, nelle mente delle persone, l’idea della sacralità del Natale, come momento metaumano necessario agli esseri umani che vivono in un raggruppamento sociale.

L’aspetto più paradossale in questa ricerca del SACRO risiede proprio nel fatto che quanto sembra più lontano dalla dimensione umana è invece indispensabile per dare orientamento all’esistenza. E il disorientamento, lo sbandamento, la frenesia che connota i comportamenti individuali e dei gruppi sotto il Natale ne è una conferma. Il senso della sacralità del Natale non si è mai eclissato, e tanto meno nelle società dell’opulenza. Si tratta, tuttavia, di una sacralità che non si esaurisce affatto in ambito ecclesiastico, non è appannaggio di preti e chiese, ma risiede presso le comunità, racchiudendone i valori e le idee condivise. Il religioso, infatti, ha la funzione di essere il braccio amministrativo del sacro ed è per questo motivo che non va confuso col sacro. Nello stesso momento in cui una forma religiosa si arroga il diritto monopolistico di amministrare in esclusiva il sacro, e dà luogo a una gerarchia piena di livelli e di ranghi differenziati, in quel momento la religione non amministra più il sacro ma lo nega.

Il Natale è, così, uno degli esempi di appropriazione indebita delle coscienze e del naturale sentimento del sacro da parte della Chiesa intesa nella sua veste istituzionale. All’uomo non rimane altro che fare appello alla capacità fornitagli dal denaro di procacciarsi beni materiali, aumentando inesorabilmente malessere ed insoddisfazione

Oggi noi assistiamo alla tragedia, forse la più grande del nostro tempo, di grandi religioni che, creando gerarchie rigide e monopolistiche, si sono poste come amministratrici uniche del sacro, specializzandolo e rendendolo in qualche modo una caricatura. Cosicchè ciò che era patrimonio e aspirazione comune di tutti gli uomini e le donne del genere umano è diventata materia prima amministrata come si amministra un capitale privato. Questo è successo soprattutto nelle tre grandi religioni monoteistiche, il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islamismo, non a caso storicamente negatrici nei fatti della stessa universalità che esse proclamano.

Ma è ancora possibile per l’uomo moderno vivere il Natale senza cadere nella sgradevole sensazione di non poter in alcun modo colmare l’abisso che separa il suo essere materiale dall’idea del sacro come qualcosa a lui esterno e di altra natura?

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